L'ORFANO

    di

     Marketa J Zvelebil

     

    NOTA DELL'AUTRICE: Tutti i personaggi noti sono di prprietà degli Studi Paramount. Gli altri sono miei. Questo è un racconto ispirato alla Serie Classica, che tratta dell'infanzia di Spock. Adatto a tutti.


    ENGLISH



    L'orfano

    Capitolo 1 - L'arrivo

     

    Lentamente e con cautela, Amanda aprì la porta che proteggeva la serra dall'arida aria esterna, preparandosi per la breve passeggiata fino alla casa. Mosse timidamente il primo passo verso l'esterno e prese fiato. L'aria calda e secca le aggredì le palpebre ed la cavità nasale. Effettivamente, la fisiologia umana non era stata progettata per affrontare il vento di mezzogiorno, che faceva evaporare immediatamente qualsiasi umore. Il problema non era il calore, era l'aridità di quel vento ad essere insopportabile. Anche il suo nome vulcaniano, Shart'tian, vento tagliente, ne descriveva la sgradevole natura. Raccolse le forze per la breve passeggiata. Era lei stessa responsabile del suo disagio, pensò seccamente.

    Nella fretta di prendersi cura del suo piccolo paradiso botanico, aveva dimenticato di portare con sé la maschera per respirare, che le avrebbe protetto gli occhi e mantenuto umida l'aria. Era uscita di prima mattina e l'aria, benché già calda, allora era stata abbastanza gradevole. Sarek sarebbe stato dispiaciuto, se avesse saputo della sua distrazione. Sorrise dolcemente, pensando a Sarek ed al suo rifiuto di permettersi di sentisi dispiaciuto. Entrò nel piacevole santuario della casa. Temperatura e umidità erano state regolate per soddisfare sia la fisiologia umana che quella vulcaniana. Gettò uno sguardo al grande orologio del nonno, che aveva portato dalla Terra.

    Benché non potesse essere regolato sull'orario di Vulcano, con un po' di correzioni e conversioni del tempo, Amanda riusciva a dire che ora segnava. Sospirò. Doveva affrettarsi. Era quasi ora di andare a prendere Sarek all'Accademia Vulcaniana delle Scienze e recarsi allo spazioporto, per fare la conoscenza del nuovo membro della famiglia. Doveva fare in fretta un bagno, per rigenerare il suo corpo dolente per l'aridità, e cambiare il suo abbigliamento con qualcosa di più adatto a Vulcano. Almeno, per quando avrebbe dovuto uscire di nuovo, lo Shart'tian avrebbe dovuto essere passato e l'aria sarebbe stata di nuovo respirabile.

    ---

     

    Il pianeta, sotto di lui, brillava riflettendo la luce del sole rosso. In orbita attorno a questa arancia gigante c'era una moltitudine di stazioni spaziali, che risplendevano bianco-argentee in quella luce particolare.

    Il naso pigiato contro la finestra della nave spaziale, guardava con soggezione il panorama sotto ed intorno a lui. C'erano molte navi che arrivavano, partivano o che attraccavano alle stazioni spaziali. La nave su cui lui era imbarcato stava attendendo che si liberasse un attracco, ma lui desiderava che questo non avvenisse mai, che il tempo si fermasse, così da poter guardare quel meraviglioso panorama per sempre. Per un istante dimenticò il suo dolore, perso nel quadro vivente davanti lui.

    Poi la nave si mosse e, lentamente, scivolò davanti ad uno di quei grovigli, che somigliavano a calze d'argento, che avrebbero agganciato la nave per guidarla verso l'ancoraggio. Dolcemente, la nave fu afferrata nella presa, simile alle zampe brillanti di un ragno d'argento, ed agganciata ad uno degli attracchi. Anche se la bellezza del panorama precedente era scomparsa, la vista dalla sua finestra stava mostrando ancora molte cose interessanti. Esseri, attrezzati per lavori nello spazio esterno, galleggiavano attorno allo scafo della nave, controllando che tutto fosse sicuro.

    Non impiegarono molto tempo. Aveva imparato che quella era una nave piccola, benché per lui fosse la più grande che aveva mai visto. Per l'esattezza, era l'unica che aveva mai visto.

    Era stato portato su un pianeta colonia, che esisteva ormai da molto tempo. La popolazione del pianeta non credeva in ampi contatti con l'esterno. I pochi che c'erano erano lasciati al minimo, e come bambino, non gli era mai stato permesso di incontrarsi con estranei - fino ad ora. La sua era una comunità piccola. Una città, alcune fattorie. Una scuola, solo per ragazzi. Rabbrividì ricordandola. Lui non voleva lasciare sua madre, e non voleva andare in quella scuola. Ma ogni ragazzo doveva andarvi e vivere là. La scuola diretta da suo padre. Il ragazzo sentì un gusto amaro in bocca. Ancora non riusciva a credere del tutto che la scuola non esistesse più. Distrutta da un terremoto che aveva raso al suolo anche la maggior parte della città. Non era riuscito ad avere notizie di ciò che era accaduto a sua madre e gli si serrò la gola al pensiero che, molto probabilmente, era morta nel terremoto.

    Un colpetto leggero sulla sua spalla lo distolse dalle sue riflessioni. Indietreggiò al tocco, guardandosi attorno. Era il primo ufficiale della nave.

     

    "Siamo arrivati. Prendi le tue cose e raggiungi la navetta. I tuoi tutori ti stanno aspettando." Furono le istruzioni, riferite con una voce bassa, che sottintendeva pietà.

     

    Lui annuì ed andò prendere la piccola borsa nel suo alloggio. Non impiegò molto tempo a raggiungere l'hangar navette. Sentiva il cuore che gli martellava in petto. Un nuovo mondo, e lui non era mai stato via dal suo pianeta. Non era nemmeno un mondo di umani. Perché era stato mandato qui? Era la sua punizione? Non lo aveva neanche chiesto. La sua vita era sempre stata piena di punizioni, per qualche crimine che sembrava aver commesso, senza nemmeno rendersene conto. Non aveva mai visto un 'alieno', tranne nei pochi libri che era riuscito a sbirciare nella biblioteca della scuola, dove era vietato entrare. Paura mescolata a rabbia fluirono in lui, quando fu assicurato ad uno dei sedili della navetta. Lui era piccolo ed il sedile gli sembrava molto grande: non riusciva nemmeno a toccare il pavimento.

     

    Dopo l'atterraggio della navetta, fu accompagnato attraverso molte postazioni ufficiali. Immigrazione, le sentì definire. Alcuni di coloro che aveva incontrato erano umani, ma altri erano molto diversi. Per la maggior parte, erano molto più alti, più magri e avevano un colorito olivastro. Lo osservavano con occhi profondi e scuri. Nessun sorriso, nemmeno quello insincero, con cui gli umani adulti lo guardavano, come ad inviargli una leggera benedizione. Nemmeno i sorrisi cattivi, che aveva visto così spesso. Nessun sorriso, nessun cambiamento di espressione sulle facce di questi estranei dalle orecchie appuntite. Gli piacevano quelle orecchie, ammise con se stesso. Passò attraverso i canali ufficiali, sempre più confuso. Si era lasciato condurre da un posto ad un altro; fu esaminato da una squadra medica, sia umana che vulcaniana. Lo fotografarono, gli misero in mano dei documenti: lui faceva tutto ciò che gli veniva chiesto, sempre in silenzio. Quando tutto fu terminato, lo accompagnarono ad incontrare questi suoi cosiddetti tutori, o anche genitori adottivi. Entrò di nuovo in un'altra stanza. Era piena di piante, che non mai aveva visto prima, e di luce brillante: un uomo ed una donna lo aspettavano in piedi. La donna gli sorrise. 'Umana,' balenò attraverso la sua mente.

     

    "Benvenuto, io sono Amanda. Tu devi essere Vincent McAngel. Posso chiamarti Vincent?" aveva chiesto sorridendo. Gli piaceva il suo viso, ma non si fidava. Gli piaceva anche la sua voce. Ma non si fidava. Non rispose, la fissò soltanto con fermezza. Lei continuò a sorridere.

     

    "Anch'io ti do il benvenuto, Vincent, augurandoti una vita lunga e prospera con noi." La voce profonda e cupa dell'uomo interruppe il suo esame minuzioso della donna. Vincent rabbrividì. La voce non conteneva minacce, ma questo era probabilmente il suo nuovo padre.

     

    'Padre? In che modo? ' La testa iniziava a dolergli.

     

    "Vieni," disse il vulcaniano, invitandolo ad avvicinarsi con un cenno.

     

    Con una risposta automatica a quella richiesta, nata soltanto dall'obbedienza di una vita intera, Vincent iniziò ad andare verso di loro. Poi si fermò, spaventato. Sia Sarek che Amanda videro la paura profonda che tratteneva il bambino davanti a loro. Amanda bolliva di collera, nel suo intimo, all'ingiustizia che un bambino così piccolo, piccolo quanto Spock, suo figlio di otto anni, dovesse soffrire una tale paura. Sarek, d'altra parte, si stava chiedendo se avevano fatto la cosa giusta accettando questo bambino. Era sembrato logico sul momento. Il ragazzo aveva bisogno di un ambiente dove non c'era mai violenza verso i bambini. Vulcano era il posto migliore. Il bambino aveva bisogno di quiete e riposo. Vulcano poteva provvedere anche quello. I giovani avevano bisogno di accesso a buone scuole. Vulcano poteva, in definitiva, offrire anche questo. Il bambino aveva bisogno della compagnia di un ragazzo tranquillo della sua stessa età. Spock lo era e probabilmente avrebbe potuto imparare molto da questa esperienza. E, se tutto fosse fallito, su Vulcano erano disponibili le migliori tecniche mentali curative. Sarek ed Amanda erano la scelta più logica quali genitori adottivi. Come umana, Amanda poteva fornire il ponte necessario tra le due culture. E Sarek era considerato la migliore autorità in fatto umani, benché lui dubitasse della saggezza di ciò. Logico può essere - ma non sembrava sarebbe stato semplice.

     

    "Per favore, seguici fino al veicolo di superficie: ci porterà a casa. Devi essere stanco e probabilmente affamato. A casa potrai sistemarti, farti una doccia, poi potremo cenare assieme e potrai incontrare mio figlio, Spock." Cercò di allettarlo Amanda, girandosi lentamente ed allontanandosi da Vincent, per avviarsi verso il veicolo.

     

    A quelle parole, Vincent si sentì stringere il cuore. Quasi le credeva. Quasi voleva correre da quella donna, nascondere la testa nella sua tunica e lasciare che le lacrime e il dolore che lo torturavano trovassero sfogo. Quasi, ma non del tutto. Non avrebbe più pianto. Non era permesso. E, in ogni modo, sulla nave aveva guardato alcuni dei nastri sulla cultura di Vulcano: i bambini di sopra dell'età di 3 anni erano incoraggiati a non mostrare le loro emozioni, a non piangere. Lui poteva essere esattamente buono quanto suo figlio Spock! Queste decisioni passarono attraverso la sua mente affaticata, mentre seguiva i due estranei.

     

     

    ---

     

     

    Era seduto vicino a Spock, davanti a Sarek e Amanda. Entrambi stavano chiedendo a Spock della sua giornata all'Accademia Elementare delle Scienze. Vincent immaginò che quello era il nome della scuola di Spock. Improvvisamente, si irrigidì, aspettandosi una replica adirata. Spock non era riuscito a rispondere alla domanda di suo padre su qualche cosa, che avrebbe dovuto aver imparato a scuola. Comunque, il solo gesto di Sarek fu alzare un sopracciglio. Vincent gettò uno sguardo furtivo a Spock. Il ragazzo vulcaniano gli sembrava teso, ma non riusciva a capire perché. Sarek non lo aveva sgridato né colpito. Vincent si rilassò un po' e mosse di nuovo la verdura rosso porpora nel suo piatto.

    Sia Sarek che Amanda avevano cercato di ottenere qualche risposta da lui sulla sua casa o sul suo viaggio. Cercavano di capire quello che gli piaceva fare.

     

    'Credevano davvero che ci sarei caduto di nuovo?' Vincent aveva imparato presto che non parlare era la scelta più sicura. 'Allora di solito le punizioni erano brevi ... ma se davi la risposta sbagliata ...' rabbrividì involontariamente e la forchetta cadde sul piatto. Il rumore esplose nella sua testa e lui vide, con orrore, un po' di cibo cadere sul pavimento. Prima che il robot pulitore potesse rimuovere il sudiciume, un animale grande, peloso e con due grandi zanne pulì il pavimento efficientemente quanto un robot. Con uno sguardo perplesso, Vincent incontrò gli occhi del vulcaniano seduto davanti a lui.

     

    "Quello è Ichaya - il mio shelat domestico," disse improvvisamente Spock. "Non hai nulla da temere da lui."

     

    Vincent guardava Sarek, che non aveva detto nulla, ma che stava fissando con calma Spock. Gli occhi di Spock brillavano di fiero orgoglio. "Apparteneva a mio padre ed al padre di mio padre prima ancora," Spock continuò tenendo una mano posata sulla grande testa della bestia.

     

    "Spock," disse suo padre, con un tono di mite rimprovero al vantarsi di suo figlio "In ogni caso, Ichaya non dovrebbe essere in questa stanza. Per favore, fallo uscire."

     

    "Sì, padre," rispose piano Spock, alzandosi per accompagnare fuori l'animale.

     

    'Sarek mi punirà, ora, per aver lasciato cadere la forchetta e dato inizio a tutto questo guaio?' Vincent aspettava e il suo cuore gli batteva dolorosamente nel petto.

    'Io posso subire qualsiasi punizione: non piangerò!' Quando solo il silenzio rispose alle sue paure, rialzò lo sguardo con cui stava esaminandosi le ginocchia. Sarek stava finendo di mangiare, e non gli prestava alcuna attenzione.

     

    Sua moglie, Amanda, lo guardava con un sorriso gentile. Quando vide che aveva finalmente rialzato lo sguardo, gli chiese tranquillamente "Hai finito?"

     

    Vincent guardò il cibo appena toccato nel piatto. Dove una volta i vari cibi erano stati meravigliosamente ordinati su un piatto di pietra nera, ora una confusione multicolore era raggruppata nel mezzo. Annuì.

     

    "Ne hai avuto abbastanza?" Di nuovo accennò col capo. "Ti piacerebbe qualcosa d'altro?"

     

    Vincent scosse la sua testa. Il pensiero di mangiare qualcosa lo faceva sentire male.

     

    "Allora forse ti piacerebbe andare nella tua stanza e riposare, ora. Ricordi dov'è, o Spock deve accompagnarti?"

     

    Vincent si guardò attorno, notando che Spock era ritornato, scosse la testa e, lentamente, si alzò dalla sedia. Spock si fece da parte, per lasciarlo passare. Vincent lo guardò. Una calma non-espressione era sul viso del ragazzo vulcaniano e Vincent si rese conto che, a parte il momentaneo orgoglio per Ichaya, Spock non aveva ne' sorriso ne' mostrato nessun'altra espressione.

     

    'E' questa l'assenza di emozioni dei vulcaniani di cui ho letto? I vulcaniani non si arrabbiano mai? Davvero?'

     

    Lentamente, Vincent andò verso le scale di marmo. I gradini erano freschi al tocco. Quella casa gli piaceva. Era tutto di pietra levigata bianca o verde chiaro, fresca e liscia. La pietra sembrava splendere e cambiare colore seguendo il mutare della luce del giorno. Così diversa dal legno e dalla friabile pietra scura del suo pianeta. Il calore e l'umidità del giorno penetravano quei muri, e non solo di prima mattina, quando doveva alzarsi e il fresco della notte se ne andava. Confrontava le piccole finestre, poste in alto nei muri della sua vecchia casa, con queste grandi finestre che occupavano quasi tutta la parete, lasciando entrare più luce possibile e riuscendo ancora, in qualche modo, a tener fuori il caldo di Vulcano. Lasciò scivolare la mano sulle pareti andando verso la sua nuova stanza.

     

     

    ---

     

     

    Non riusciva a dormire. Non era il calore che lo teneva sveglio. In effetti, era molto più fresco di quanto si aspettasse. Più fresco che nelle notti d'estate sul suo pianeta. Anche l'aria era piacevole da respirare. Qualche tipo di aria condizionata, pensò. Era comodo, il letto era comodo - tutto era molto piacevole - ma lui aveva paura. La luce brillante del pianeta gemello di Vulcano, T'Khut, penetrava dalla finestra schermata per la notte. Vincent pensava a T'Khut come ad una enorme luna di Vulcano. Ne tracciò i raggi riflessi sul muro, seguendoli con un dito attraverso l'aria. Un raggio si fermava all'angolo della porta.

     

    'Come sarà la mia vita qui? ' si chiese, fissando la fine del raggio di luna. 'Spock sarà mio amico?' Spock aveva paura di suo padre? Benché suo padre non lo avesse colpito, quando si era vantato del suo animale, forse lo stava punendo ora. Come faceva il suo, che lo chiamava nel suo ufficio, quando tutti gli altri ragazzi erano addormentati, e ...' Un brivido violento lo scosse e lui chiuse gli occhi, raggomitolandosi in posizione fetale e nascondendosi sotto le coperte. Il piccolo corpo era teso sotto il lenzuolo, infine i suoi pugni si schiusero ed una respirazione profonda e regolare fu il solo suono nella stanza.

     

     

     

    Capitolo 2

     

    Erano passati tre mesi terrestri da quando Vincent era arrivato su Vulcano. Non una volta, durante quel periodo, aveva detto una parola.

    Sarek era seduto alla sua scrivania di pietra nera all'Accademia. Se fosse stato umano, lo si sarebbe visto aggrottare la fronte. Invece teneva il mento posato sulle mani intrecciate, perso in profondi pensieri. Vincent lo preoccupava. A lungo Amanda aveva provato a cercare di convincere il ragazzo a parlare e anche a mostrare una qualsiasi emozione. Ma, a parte qualche occasionale ed involontario tic nervoso, il viso di Vincent sembrava più vulcaniano di quello della maggior parte degli altri vulcaniani. Eppure Amanda gli aveva detto che, spesso, il suo cuscino era rigato dai segni delle lacrime.

    Spock aveva fatto tutto ciò che gli avevano chiesto. Aveva portato con sé Vincent nelle sue passeggiate in montagna ed all'Accademia Elementare, aveva giocato anche giochi terrestri ed insegnato alcuni dei giochi vulcaniani più semplici. Ma Sarek poteva vedere lo sforzo che badare a Vincent costava a suo figlio. Spock non era stato pienamente accettato da alcuni degli altri ragazzi vulcaniani, e la silenziosa presenza dello strano giovane straniero non gli rendeva la vita meno difficile. Sarek desiderava, illogicamente, di poter proteggere in qualche modo Spock dall'intolleranza, che si trovava anche tra i vulcaniani che credevano nell'IDIC. Lasciò sfuggire un sospiro appena udibile. 'Vincent, come possiamo aiutarti?'

    Ogni giorno che trascorreva, senza che Vincent parlasse, rendeva Amanda sempre più disperata. Sarek ricordò la loro conversazione di quella mattina.

     

    "Sarek," Amanda era venuta nel giardino, appena lui aveva finito la sua meditazione mattutina, "dobbiamo aiutare quel ragazzo in qualche modo!" Aveva esclamato senza nemmeno attendere che lui si alzasse dalla posizione di meditazione.

     

    "Amanda, lo stiamo aiutando. Fisicamente Vincent è più sano di quanto sia mai stato e ..."

     

    Eccezionalmente, Amanda lo aveva interrotto, con una punta di rabbia nella voce. Lui sapeva che la rabbia non era diretta a lui, ma alla propria incapacità di aiutare Vincent.

     

    "La sua pena, dentro di lui, lo sta distruggendo! Che cosa gli hanno fatto? Deve riuscire a parlarne! E' SOLTANTO umano, lo sai!"

     

    Sarek si era alzato, avvicinandosi a sua moglie. Le aveva preso le mani tra le sue e lasciato che la sua calma fluisse verso di lei. Sentiva la sua pena e la sua paura ed era preoccupato per il suo benessere.

     

    "Oh Sarek," lei sospirò, "mi dispiace."

     

    "Ciò non è necessario, Amanda. Ma prenderò contatto con il Guaritore Ssatk. Penso sia giunto il momento che Vincent veda un guaritore-mentale."

     

    Non era una domanda, ma l'affermazione di una realtà. Amanda si era opposta per un certo tempo e Sarek aveva pazientemente atteso, sapendo che Amanda sentiva confortevole soltanto il loro legame telepatico personale e risentiva di un tocco impersonale come quello di un guaritore. Così Sarek non era sicuro di come altro umano avrebbe reagito a un tale sonda mentale. Qualsiasi altra discussione era stata interrotta dalla comparsa improvvisa di Vincent, che inseguiva Ichaya in un gioco amichevole, e che si era fermato spaventato alla vista sua e di Amanda. Il fatto era che solo con Ichaya il ragazzo sembrava rilassarsi del tutto.

     

    'Sfortunatamente Ichaya non può parlare, e la comunicazione con la mente di uno shelat è impossibile. Vincent avrebbe potuto confidare i suoi problemi a lui,' pensò Sarek con ironico divertimento. Compose il codice di comunicazione del Guaritore Ssatk e prese un appuntamento per se stesso, Amanda e Vincent per la prima serata. Una lieve campana lo avvisò che doveva portare gli studenti del terzo anno alla lezione di storia dello sviluppo dei computer Intelligenti. Oggi avrebbero trattato lo sviluppo embrionale ed il successivo fallimento dell'intelligenza artificiale sulla Terra, durante la fine del ventesimo e l'inizio del ventunesimo secolo terrestre.

     

     

    ---

     

     

    La stanza in cui Amanda e Sarek lo avevano accompagnato aveva pochi mobili, e c'era soltanto luce filtrata, che veniva dall'esterno. Questo aveva l'effetto di dare alla stanza una morbida luce giallognola, che si contrapponeva ai muri di pietra bianca. Nella stanza c'erano soltanto una poltrona reclinabile ed uno sgabello di pietra vicino alla poltrona. A Vincent era stato detto di sedersi sulla poltrona, ma invece lui camminava nervosamente nella stanza.

    Amanda gli aveva spiegato, durante il tragitto, che lo stavano accompagnando da un Guaritore, che l'avrebbe aiutato a parlare della sua vita passata. Vincent non capiva interamente. Era consapevole che sia Sarek che Amanda cercavano di farlo parlare. Di farsi dire della scuola che frequentava sul suo pianeta. Ma suo padre gli aveva detto che non avrebbe mai dovuto parlare dell'istruzione speciale che riceveva.

     

    'Tu sei uno dei pochi allievi fortunati. Posso essere duro con di te ora, ma farò di te un vero uomo. Sono tuo padre e tu avrai un'anima pura anche se dovrò tirartela fuori a botte. Questo è il mio lavoro. Ricorda che ti amo. Ma ricorda anche che non devi mai dire niente di quello che facciamo in questa scuola o ...'

     

    Vincent sentiva quelle parole tanto chiaramente, quanto il giorno che suo padre le aveva dette. Dopo aveva avuto un assaggio dell'istruzione speciale. Aveva faticato persino a ritornare nella sua camera. Tutti gli altri ragazzi l'avevano ignorato. Quello era stato due anni fa, poco dopo suo fratello più grande aveva cercato di proteggerlo ...

     

    'No! Non voglio pensare a quello. Non parlerò più!' e colpì il muro col pugno come per rinforzare la sua decisione. Mentre si massaggiava la mano, si accorse di essere osservato silenziosamente da un Vulcaniano piuttosto anziano, che sembrava emanare una quieta serenità ed una controllata compassione.

    'Questo deve essere il Guaritore' suppose Vincent scrutandolo.

     

    "Io sono Ssatk." Disse il guaritore, avvicinandosi a Vincent e salutandolo con il tipico saluto Vulcaniano.

     

    Quando Vincent non rispose ne' al saluto ne' al gesto, Ssatk gli indicò la poltrona.

     

    "Per favore, siediti qui."

     

    Vincent obbedì e Ssatk si sedette vicino a lui. Poteva percepire il timore che proveniva dalla diffidenza e da una rabbia profonda. Ssatk guardò la faccia del ragazzo e Vincent non evitò il suo sguardo. 'Bene' pensò Ssatk.

     

    "Vincent, mi hanno chiesto di toccare la tua mente e di tentare di guarire il tuo dolore. Mi permetterai di toccare la tua mente?"

     

    Vincent si alzò dalla poltrona allontanandosi dal guaritore. Poi si girò per controllare se l'avrebbe costretto a sedersi di nuovo. Il guaritore, tuttavia, era rimasto seduto, solo il suo sguardo lo seguiva nella stanza.

     

    "E' la tua scelta, Vincent. Non posso forzarti ad aprirmi la tua mente. Anche se mi permetterai di toccare i tuoi pensieri, non potrò raggiungere tutte le tue memorie. Soltanto quelle che posso convincerti a mostrarmi volontariamente."

     

    Non convinto, Vincent rimase in piedi all'estremità opposta della stanza. Tuttavia, ammise con se stesso di essere curioso. Aveva visto i nastri informativi sui Vulcaniani e sulla loro capacità di fondere le menti.

     

    'E se dico a questo medico che cosa è successo nella scuola in una fusione mentale, non è come dirla davvero, no?' Voleva comunicare con qualcuno. Anche sul suo pianeta natale i medici erano sempre gentili. E da quando era arrivato su Vulcano nessuno gli aveva fatto del male.

    Lentamente ritornò verso la poltrona. Si sedette vicino al medico ed annuì. Il medico lo spinse gentilmente indietro verso lo schienale.

     

    "Rilassati ora." Ssatk pose le sue dita sopra i punti nervosi, che dovevano essere toccati nella fusione mentale.

     

    "Io ora toccherò il tuo viso e potrai sentire la mia presenza, come io sentirò la tua. Non essere impaurito, prova a rilassati," disse, mentre sistemava delicatamente la sua mano sulla faccia di Vincent.

     

    'Dovrebbe essere interessante - un bambino umano,' pensò, iniziando, più prudentemente del solito, la fusione.

     

    "PAURA, BOTTE, AMORE, PADRE, SCUOLA ..."

     

    Inizialmente sensazioni ed emozioni disgiunte quasi sopraffecero Ssatk con la loro forza. Recuperando rapidamente, iniziò a spostare ed ordinare i pensieri.

     

    "NOI SIAMO UNO. SIAMO RILASSATI. NON ABBIAMO PAURA. NOI POSSIAMO PARLARE."

     

    "NO! NON POSSIAMO. ABBIAMO PROMESSO. SAREMMO PUNITI SE PARLIAMO!"

     

    "È PERMESSO PARLARE ORA. NESSUNO CI PUNIRA' QUI."

     

    Lentamente, Vincent lasciò che Ssatk dipanasse il dolore, la confusione della sua vita alla scuola di suo padre. Le botte, seguite dall'affermazione di quanto suo padre lo amava. Le minacce, se non fosse stato zitto. Il silenzio spaventoso degli altri ragazzi, che sapevano che cosa stava accadendo. I corridoi scuri, freddi ed umidi e le stanze chiuse. La fame. Il desiderio di sua madre. La totale disperazione.

    La parte di Ssatk che rimaneva se stesso, anche durante una fusione mentale, era profondamente turbata. Come Vulcaniano, Ssatk trovava inconcepibile che si potesse fare questo ad un bambino.

     

    "VINCENT È SICURO PARLARE QUI. NOI, TU, NON ABBIAMO NIENTE DA TEMERE."

     

    "NO. PARLARE È PERICOLOSO PER NOI, COME LO ERA PER NOSTRO FRATELLO. RICORDO CHE LUI ..."

     

    Ssatk incontrò un blocco mentale inaccessibile. Le emozioni che bloccavano i successivi pensieri sull'argomento avevano una forza straordinaria. Si rese conto che, anche senza aiuto, Vincent aveva bloccato questa parte. Da parte di Ssatk, provare ad accedere avrebbe messo in pericolo il ragazzo. Dovevano essere pazienti. Forse durante una fusione successiva. Ssatk provò a guarire il dolore che aveva trovato. Provò a disfare i danni che erano stati fatti. Provò a dare al bambino una certa sicurezza e a convincerlo a parlare. Poi con molta attenzione si ritirò dal contatto.

     

    'Mi sento così vuoto e solo ora.' Fu il primo pensiero autonomo di Vincent. Ma con sua sorpresa non si sentiva turbato da questo. Era solo una constatazione. Si sentiva più rilassato, più vivo di quanto potesse ricordare.

     

    Ssatk era sollevato di aver concluso la fusione. Era stato interessante, come aveva previsto. Ma era stata anche una fusione piena di emozioni alle quali non era abituato. Soltanto un vulcaniano molto malato non sarebbe riuscito a controllare nessuna delle sue emozioni. Ed anche se aveva effettuato delle fusioni mentali con altri pazienti umani, anche loro avevano un controllo sulle loro emozioni, più di quanto pensassero. Ma il ragazzo umano aveva emozioni grezze, lanciate attraverso la sua mente con la forza del fulmine nei temporali annuali di Vulcano. Ssatk non avrebbe mai immaginato di riuscire ad allontanare il dolore.

     

    Vincent guardò il medico. "Ti senti bene?" gli chiese questi. Vincent non riuscì a costringersi a parlare, ma sorrise ed annuì. "Bene. Per favore, aspetta qui finché Sarek e Amanda verranno a prenderti. "

     

    Il medico non si aspettava che Vincent fosse guarito, dopo una sola fusione mentale e potesse miracolosamente rispondergli. Soddisfatto del sorriso del bambino, si alzò in piedi.

     

    "Vita lunga e prospera, Vincent. Potremo vederci ancora." Disse, lasciando la stanza, silenziosamente e rapidamente come era entrato. Vincent rimase semisdraiato sulla poltrona. Si sentiva contento, anche se si rendeva conto che c'era qualcosa che desiderava dire al medico e non riusciva a ricordare che cosa.

     

     

    ---

     

     

    Ssatk raggiunse Sarek ed Amanda e riassunse loro ciò che aveva appreso durante la fusione.

     

    "Il rimanente verrà con il tempo. È stato ferito mentalmente. E c'è quella particolare memoria che non posso raggiungere senza nuocere ai suoi fragili modelli mentali. Se anche parlerà, dovremo attendere e vedere." Sarek annuì, comprendendo. "Sarek, Amanda. Vita lunga e prospera"

     

    "Pace e lunga vita," rispose Sarek per entrambi. Incrociò il suo indice ed il medio con quelli di Amanda ed insieme uscirono per raccogliere il loro giovane ospite.

     

     

     

    Capitolo 3

     

     

    Amanda era seduta nel giardino. Le piogge invernali avevano portato degli scatti di sviluppo ai fiori e alle piante, da lungo tempo addormentate. Anche il deserto, che circonda ShiKar, era in piena fioritura, con una bellissima vegetazione colorata. Le montagne di Llanghan, che si alzano aguzze dove termina il deserto, tuttavia, erano ancora nude. Soltanto poche oasi di vegetazione erano sparse fra i picchi, che ispiravano soggezione.

     

    Il loro giardino, tuttavia, le ricordava la casa dei suoi genitori sulla Terra. Sua madre era stata un bravo giardiniere ed Amanda aveva ereditato la passione per il giardinaggio da lei. Ora i semi, immagazzinati e preparati con cura, stavano prendendo vita. Per breve tempo, trasformavano quella piccola parte di Vulcano nella Terra. Presto avrebbe dovuto raccogliere i semi dai fiori e metterli in conservazione frigorifera per la semina dell'anno successivo. Piegò le mani nella posizione di meditazione e mise a fuoco il suo sguardo su una particolare rosa giallo-arancione. Rallentò il suo respiro.

    Vincent stava camminando lentamente fra le rose, le fucsie ed altri fiori. Aveva aiutato Amanda con il giardinaggio. Si era divertito con quel lavoro tranquillo. Ma ora, nel crepuscolo imminente, si sentiva inquieto. Da quando aveva sperimentato la fusione mentale con il guaritore, qualcosa stava premendo sulla sua coscienza. Desiderava comunicare con Amanda e quasi aveva risposto ad una delle sue domande, quando stavano accovacciati vicini, girando la terra sabbiosa con una piccolo rastrello. Ma la paura aveva vinto di nuovo, chiudendogli la bocca.

     

    Sistemò un po' di terra con il piede. 'Quando torneranno a casa Spock ed Ichaya? ' si chiese.

     

    Sapeva che Spock era andato a fare una breve escursione fra le montagne di Llangan, per prepararsi al suo Kaswahn - la prova dell'età adulta. Aveva Ichaya con sé, come protezione. Vincent era incuriosito da questa prova. Sapeva che Spock avrebbe attraversato le pericolose montagne da solo e che avrebbe impiegato da 3 a 5 giorni. Nessun contatto era permesso con il aspiranti, durante la traversata. Occasionalmente, silenziosi velivoli sorvolavano i partecipanti, ma intervenivano soltanto nel caso di una situazione di pericolo di vita. In quel caso, tuttavia, il bambino sarebbe rimasto "un bambino" fino al Kaswahn seguente. Vincent ardeva dal desiderio di chiedere se avrebbe potuto superare questa prova. Desiderava così tanto dare una prova di sé a Spock, a Sarek ed a Amanda. Ma la domanda bruciava soltanto nei suoi occhi, e rimaneva non espressa. Guardò la figura silenziosa di Amanda. Poi, giunto ad una decisione, lasciò silenziosamente il giardino, attraverso il cancello automatico, e corse verso le montagne, che stavano tingendosi di luce arancione nel sole del tramonto.

     

    Spock stava appoggiato contro la roccia calda e liscia di una sporgenza della montagna, con la mano appoggiata sulla testa di Ichaya. Lo shelat si era sdraiato, occupando la maggior parte della sporgenza. Spock sorrise con affetto alla grande bestia pelosa. Qui, si permetteva di lasciare libere le sue emozioni (almeno quelle che si permetteva di provare). Era soddisfatto del tempo che aveva fatto in questa escursione. Gliene era concessa un'altra, nella zona di Llangan, prima di iniziare il vero Kaswahn.

    'Non devo fallire! Mio padre non mi perdonerebbe mai, né lo farei io.' Un leggero aggrottarsi di ciglia segnò il suo altrimenti imperscrutabile viso.

     

    Guardò verso il sole al tramonto. I colori e le tonalità, che la luce del sole intagliava attraverso il deserto sotto lui, erano bellissimi. Sentiva un amore profondo per Vulcano. Improvvisamente strinse gli occhi. Certamente c'era un bambino che correva verso la base delle montagne. Chi poteva essere tanto insensato da avviarsi alle montagne a quell'ora della sera? Tutti sapevano che, durante l'inverno, le montagne erano pericolose di notte. Le piogge notturne provocavano frane e alluvioni, a cui neppure il più forte Vulcaniano poteva sperare di sopravvivere. Egli stesso stava per scendere dalla sua sporgenza, verso la sicurezza della sabbia liscia sotto di lui.

    Appena la figura si avvicinò Spock, si rese conto che c'era soltanto un bambino a Shikar, che poteva non conoscere intimamente le montagne, come tutti i giovani Vulcaniani.

     

    'Vincent!' Il pensiero gli balenò nella mente, accompagnato da un'irritazione irrazionale ed illogica. Si rimproverò per quell'emozione. Stava per affrontare il passaggio dall'infanzia all'età adulta e simili emozioni insistevano nel fare sentire la loro presenza. Incanalò altrove la rabbia e l'irritazione, che iniziavano a crescere in lui, e si concentrò sulla piccola forma in basso.

    Vincent stava provando ad arrampicarsi fino a dove era Spock. Doveva averlo visto da sotto. Per un po' Spock osservò silenziosamente il faticoso progredire del bambino umano. Poi l'addestramento di Vulcano ebbe il sopravvento.

     

    "Vincent, da questa parte. Qui, " gridò ed indicò una via più semplice.

     

    Vincent fece segno di aver capito e si arrampicò fino alla sporgenza, seguendo i consigli di Spock. Stanco, si lasciò cadere vicino allo shelat sdraiato. Vincent abbracciò Ichaya ed lo shelat rispose con un profondo brontolio soddisfatto. Il ragazzo allora provò a tirarlo più vicino sé. Spock si alzò e si avvicinò a Vincent.

     

    "Non tirarlo!"

     

    Vincent, stanco morto per la corsa e la scalata, si rannicchiò ancor più profondamente nella pelliccia invitante dello shelat, che ancora stava ronfando di contentezza ed chiuse gli occhi.

    Il sole era tramontato e si era levato un vento freddo e pungente. Nubi scure stavano raccogliendosi a nord. Spock fissò il ragazzo umano, rannicchiato contro il suo shelat. Si sentiva geloso. Un'emozione che non aveva mai provato prima.

     

    "Non possiamo rimanere qui. Sta diventando scuro e pericoloso. Quindi alzati," disse bruscamente, girandosi per partire, "Ichaya." Chiamò. Ma Vincent tratteneva lo shelat.

     

    "Lascialo andare!" alzò la voce Spock e andò a prendere Ichaya. Per Vincent era troppo. Tutte le passate paure, la rabbia, le sofferenze si incanalarono in quell'unico gesto. Le sue unghie graffiarono la faccia di Spock. Il sangue verde corse sulla fronte e sulla guancia del Vulcaniano.

     

    "Tu, mostriciattolo muto!" gridò Spock, guardandosi la mano sporca di sangue, mentre si ripuliva il viso. Appena dette quelle parole, subito ne provò vergogna. Era una grave mancanza nell'ospitalità di Vulcano. Si era sentito geloso e superiore a Vincent, che aveva bisogno del suo aiuto e non del suo disprezzo. Forse non era ancora pronto per il Kaswahn. Guardò la faccia sconvolta del ragazzo. Spock provò ad avvicinarsi per toccare Vincent.

     

    "Non farmi male, per favore." Vincent bisbigliò le parole, avendo in mente più il dolore emotivo, piuttosto che tutte le sofferenze fisiche.

     

    Sorpresa e speranza attraversarono i pensieri del giovane Spock, nel sentire le prime parole di Vincent. Gli toccò la spalla, sentendolo tremare sotto la sua mano. Vincent afferrò le mani di Spock e lo tirò più vicino a sé. Le dita di Spock, mentre cercava delicatamente di liberarsi da un contatto così stretto, toccarono involontario la faccia di Vincent. La forza del contatto telepatico fu intensamente dolorosa per entrambi. Emozioni grezze colpirono Spock ripetutamente. Lui cercò di sciogliere il legame.

     

    "TI PREGO SPOCK, NO! " Vincent supplicò nella sua mente e Spock sentì il tentativo dell'umano di nascondere le emozioni più dolorose. Si fermò.

     

    Lentamente i due ragazzi esplorarono ciascuno le esperienze dell'altro. Quelle felici, quelle dolorose. Spock era sorpreso dalle differenze tra loro e tra le loro vite e le assaporava. Notava inoltre le somiglianze. Vincent si sentiva incredulo davanti all'ordine della mente di Spock. Si sentiva felice di essere accettato da Spock e attraverso Spock da Sarek e da Amanda. Vide il dolore di Spock ad essere chiamato 'mezzosangue' e la sua volontà di diventare un Vulcaniano in tutti i termini. Vide, tramite Spock, come i vulcaniani curavano i loro bambini, il rispetto e l'attaccamento che avevano per loro. E vide la compassione che faceva così tanto parte persino di questo giovane Spock.

     

    "COSA È QUESTO RICERCA/RACCOLTA DI FUNGHI?" Chiese l'intensa curiosità di Spock, ora parte di lui stesso. Mostrò a Spock un'immagine mentale d'un fungo porcino. Ricordò come si taglia il fungo alla base e provò a ricordarsi del gusto e dell'odore per Spock. Ed una gioiosa risata mentale accompagnò questa memoria.

     

    "AFFASCINATE," balenò attraverso la sua/loro mente/menti. Così stavano imparando ciascuno dall'altro e Spock comprese il significato delle Infinite Diversità in Infinite Combinazioni e trasformò mentalmente il concetto per mostrarlo a Vincent. Il tempo passava rapidamente in questo scambio reciproco di esperienza e conoscenza. Improvvisamente Spock incontrò una porta nera e bloccata nella mente di Vincent.

     

    "DOLORE, MIO/NOSTRO FRATELLO!" passò attraverso i suoi neuroni cerebrali.

     

    "MOSTRA A ME/NOI, NOI SIAMO UNO. NOI SIAMO FORTI. IO/NOI VOGLIAMO AIUTARE."

     

    "NOSTRO FRATELLO. FRATELLO MAGGIORE. CI HA DIFESO DAL DOLORE. HA PARLATO DELLA SCUOLA CON GLI ADDETTI ALLA SICUREZZA. NON GLI HANNO CREDUTO. GLI ALTRI RAGAZZI NON HANNO PARLARTO. MIO FRATELLO E' STATO RIMANDATO A SCUOLA. UCCISO. PICCHIATO A MORTE. DOLORE"

     

    Il respiro di Spock si fermò di fronte all'atrocità delle immagini, che aveva sperimentato attraverso la mente di Vincent. Si sentiva perso in esse. Cercò di interrompere la fusione ripetendo, mentalmente, la sequenza di separazione

     

    "IO SONO SPOCK, IO SONO ... NOI SIAMO ... IO ... " Stava perdendo le forze " NOI SIAMO ... NO IO ... NOI SIAMO NOI ... "

     

    "TU SEI SPOCK, TU SEI VINCENT. TU SEI SPOCK. SPOCK, VAI. MI PRENDERÒ IO CURA DI VINCENT," improvvisamente la voce nella sua mente, calma, delicata, ma ferma di Sarek lo prese, sostenendolo. Spock sentì la sicura guida mentale che gli permetteva di ritirarsi senza pericolo, senza causare del male a se stesso o a Vincent.

    Spock aprì gli occhi. Sarek e Shalk, cugino di suo padre, erano sulla sporgenza. Ormai era completamente buio. Le due torce del veicolo, su cui erano arrivati, erano l'unica fonte di luce in quella notte scura. Stava piovendo con insistenza e Spock notò di essere fradicio. Sarek aveva intanto interrotto la fusione. Vincent sembrava stordito, ma felice. 'Non sarò più solo,' pensò contento.

    Sarek si girò verso Spock, ora coperto da un mantello impermeabile, che Shalk gli aveva fatto indossare prima di occuparsi di Vincent.

     

    "Io presumo tu abbia una spiegazione adeguata per questa situazione." Gli disse, gravemente.

     

    "E' stata tutta colpa mia!" gridò Vincent, che stava alzandosi aiutato da Shalk.

     

    Sarek guardò Vincent, leggermente sorpreso. Aveva, durante la breve fusione, eliminato parte della sofferenza mentale, ma non si aspettava di sentirlo parlare.

     

    "Spock mi ha aiutato. Sono venuto qui e poi volevo Ichaya e ... e ... " Vincent si sentiva esausto e le lacrime iniziarono a formarsi nei suoi occhi stanchi. Gli sembrava come se una pesante nebbia gli stesse scendendo nella mente e pensare con chiarezza stava diventando difficile.

     

    "Calmati. Sei stanco. Lascia che Shalk ti accompagni giù all'aeromobile. Parleremo più tardi," disse Sarek, il più delicatamente possibile, e fece cenno a Shalk di portare via Vincent. Shalk e Vincent furono da uno shelat molto bagnato e scontento che, durante tutta la profonda fusione mentale, aveva tentato di proteggere i due animali umanoidi dalla pioggia e dal vento con la sua massa pelosa.

     

    "Dimmi che cosa è accaduto, Spock, " chiese Sarek con fermezza, ma mettendo delicatamente la sua mano sulla spalla del figlio ed aiutandolo a scendere lungo il ripido pendio, dove l'aeromobile li attendeva. Le luci del veicolo illuminavano la loro discesa, oscillando nel vento. Spock spiegò tutto ciò che era successo. Non mancò di ammettere di aver provato invidia e irritazione, ma piuttosto chiese che cosa poteva fare per controllarle. La fusione mentale con Vincent lo aveva lasciato più sicuro della sua parte umana. Quando furono vicino al veicolo, terminò dicendo:

     

    "Padre, ho imparato che la via di Vulcano è la via migliore e desidero seguirla. Ma non negherò nemmeno il mio sangue umano."

     

    "Stasera sono fiero di te, Spock. E certamente non devi negare ciò che è. Né devi vergognartene."

     

    Spock era compiaciuto dell'elogio di suo padre. Ma sentiva anche un ardente desiderio di viaggiare verso altri mondi e sperimentare quella diversità, che aveva appena intravisto quella notte. Non sapeva ancora che quel seme di desiderio avrebbe causato, fra lui e suo padre, una freddezza destinata a durare molti anni.

     

     

    ---

     

     

    Vincent sorrise tristemente ed accennò un ultimo arrivederci. Le porte dello spazioporto si chiusero dietro di lui. Sentiva lo spirito Spock. Spock lo aveva chiamato "amico, fratello, mio altro io - thy'la". Un anno prima, era passato attraverso quelle porte per venire su Vulcano, ed ora stava andandosene, accompagnato da sua madre. La guardò. Lei gli sorrise ed i suoi occhi erano pieni di amore. Lui le sorrise a sua volta, chiedendole:

     

    "Dove stiamo andando esattamente, adesso?" Gli piaceva sentire la voce di lei pronunciare quel nome buffo.

     

    "Spittal di Glenmuick, Vecchia Scozia, sulla Terra" rispose lei.

     

    Lui rise del nome e si sentì in soggezione all'idea di tornare sulla Terra. Il pianeta che i suoi antenati avevano lasciato secoli prima. Una nuova vita, con un nuovo inizio, assieme a sua madre. Era felice e triste di lasciare Spock ed i suoi genitori.

    'Chissà se li rivedrò ancora,' pensò, mentre assaporava le memorie della fusione mentale che aveva condiviso Spock. 'Thy'la'.

     

     

    ---

     

     

    Il Comandante Spock sciolse le mani dalla posizione di meditazione e guardò il suo capitano ed amico.

     

    'Thy'la, anche lui.' Pensò, mentre ricordava Vincent ed oziosamente si chiese che cosa ne fosse stato di lui, della sua breve amicizia infantile. Si inginocchiò davanti al suo capitano in meditazione, gli raddrizzò delicatamente la schiena e corresse la posizione delle mani. Sentiva la respirazione costante di Jim e, sfiorando leggermente la sua fronte, percepì che il capitano era effettivamente in uno stato profondamente rilassato.

     

    'Stai imparando bene, amico mio,' pensò, tornando a sedersi sul cuscino da meditazione.

     

    'E che ne è stato di te, Vincent? ' si chiese, prima entrare con la mente nella condizione di meditazione. La fiamma, nella statua vulcaniana, si era completamente bruciata ed aveva liberato la fragranza fresca delle erbe di Vulcano. La cabina di Spock era, almeno per un po', una vulcaniana oasi di pace in una, al contrario, febbrile vita di astronave.

     

     

    ---

     

     

    Stava scendendo la notte. Le prime stelle emergevano lentamente. Soffici macchie di luce dorata contro l'oscurità vellutata della notte. Vincent si sedette su una vecchia sedia a dondolo, fumando una pipa e guardando le stelle. Una brezza fredda increspava i suoi capelli ormai grigi. Le voci forti ed il ridere allegro dei suoi nipoti, che giocavano all'interno della casa, si mescolavano con i suoni degli animali notturni. Vincent sorrise, si dondolò e soffiò nella sua pipa con profonda soddisfazione e felicità. Una luce stava attraversando il cielo scuro. Un grande sorriso apparve sulla faccia barbuta di Vincent, mentre si chiedeva se quella luce, che si muoveva così velocemente, fosse una nave astrale ed in particolare l'Enterprise, dove sapeva che prestava servizio il suo amico.

     

    'Hai cambiato la mia vita, Spock - thy'la - mio vecchio amico. Spero tu sia soddisfatto come lo sono io,' formò degli anelli di fumo con la pipa e li mandò verso il cielo.

     

    La luna comparve sopra la cima delle colline, inondando, con il suo splendore, la campagna di una luce d'argento. Un gufo solitario cantò.

     

    'E' ora della favola della buona notte per bambini,' pensò Vincent alzandosi, rientrando in casa e chiudendo delicatamente la porta. La sedia a dondolo vuota continuò ad ondeggiare avanti e indietro, stridendo leggermente sul portico di pietra lucida.

     

     

    FINE