di Anna Perotti
Amok Time, il giorno dopo
Con sollievo, il dott. McCoy si ritirò nel suo alloggio, per un meritato turno di riposo. Era stata una lunga giornata, densa di avvenimenti sconvolgenti, però, alla fine, aveva avuto le sue soddisfazioni: la faccia di Spock, quando si era trovato di fronte il Capitano, vivo e vegeto, valeva bene un po’ di trambusto! sogghignò, mentre, come suo solito, svuotava le tasche dei calzoni, prima di toglierseli. Aveva sempre avuto l’abitudine di cacciarci dentro di tutto ...
"E questo che accidenti è? ... un sasso?" borbottò, rigirando tra le mani uno degli oggetti che ne erano usciti. Era proprio un sasso, ma sopra c’era attaccato qualcosa. Quando le vide gli tornò in mente: era stato quando si erano materializzati sulla superficie di Vulcano, nel luogo del koon-ut-kal-if-fee, che la sua attenzione era stata attratta da quelle due foglioline raggrinzite, che agonizzavano sotto quel sole feroce, capace di disidratare un elefante nel giro di poche ore. Non era stato in grado di riconoscere la varietà, del resto ne sapeva ben poco della flora vulcaniana. Così le aveva raccolte, insieme alla pietra cui erano disperatamente abbarbicate, ripromettendosi di chiedere lumi a Spock, una volta che questi fosse tornato in grado di rivolgere la sua attenzione a qualcosa di meno ... di più ... beh, di diverso! Poi gli eventi erano precipitati e lui se ne era completamente dimenticato.
Esaminò attentamente quei miseri resti di sostanza vegetale, passandoci sopra un dito con cautela. Aveva una consistenza vagamente gommosa, morbida al tatto. Forse non era completamente secca, si poteva tentare ... Seguendo un impulso pietoso, si avvicinò al replicatore, si fece sintetizzare una ciotola piena d’acqua e vi immerse la pietra con tutto il suo fragile fardello.
"Se son rose, fioriranno!" esclamò, poi scoppiò a ridere, pensando a quello che sarebbe stato il commento di Spock, se lo avesse sentito ... Qualunque cosa fosse quella piantina, certo non era una rosa!
Per il momento non poteva fare altro, quindi finì di spogliarsi e andò a letto; fece appena in tempo a ordinare al computer di spegnere le luci, che sprofondò nel sonno del giusto.
"Buon giorno, Dott. McCoy, sono le 6.30." Con instancabile zelo, il computer ripeté il messaggio una dozzina di volte, prima che un’irata voce, con marcato accento del sud, replicasse:
"Vai al diavolo! Ti ho sentito!"
Il computer non se la prese: "Alle 7.00 deve controllare la medicazione sull’addome del Capitano; alle 7.15, rapporto del personale ausiliario; alle 7.30 ... " una ciabatta, lanciata con una precisione, frutto di anni di allenamento, colpì l’interruttore dell’altoparlante, interrompendo la litania.
Prima di lasciare l’alloggio, per recarsi in infermeria, McCoy si fermò a dare un’occhiata alla misteriosa pianta vulcaniana e, con piacere, vide che la notte in ammollo le aveva giovato: ora
le due foglioline erano grasse e distese, di un gradevole colore rosato e, ad un’estremità, si allungava una minuscola radice frangiata. La pietra era quasi scomparsa sotto due robuste ventose, che aderivano con forza. Soddisfatto, si fece mandare dal laboratorio botanico un vaso con del terriccio sabbioso, arricchito di sostanze nutritive, dove mise a dimora la sua piccola ospite, l’annaffiò con cura e si ripromise di studiarla meglio appena ne avesse avuto il tempo.
La giornata era iniziata bene e continuò meglio: la ferita del Capitano stava guarendo perfettamente; McCoy eseguì un semplice intervento di plastica cutanea, per eliminare la cicatrice e lo rimandò sul Ponte di Comando, del tutto ristabilito. I pochi pazienti, ricoverati in infermeria, non destavano preoccupazioni. Spock si presentò spontaneamente al controllo medico periodico e si sottopose a tutti gli esami, previsti dal regolamento, senza protestare, né fare allusioni a primitive pratiche di stregoneria. McCoy cercò di portare la conversazione sulle varietà di flora vulcaniana, ma lo trovò poco disponibile. In fondo, dopo tutto quello che aveva passato, forse era il caso di lasciarlo in pace. Non sarebbero mancate occasioni, in seguito ... L’unica seccatura era l’infermiera Chapel, che, sebbene svolgesse le sue mansioni con la solita efficienza, non faceva che sospirare. Mentre visitava Spock, McCoy ritenne più prudente affidarle una serie di analisi, su una coltura di batteri sugreliani e spedirla in laboratorio. Verso la fine del turno, ci fu una piccola emergenza, quando un tecnico della sezione Ingegneria ebbe un dito tranciato dal portello di un quadro di alimentazione e fu necessario un rapido intervento per riattaccarglielo (l’unica difficoltà fu recuperare il dito, che era finito in un’intercapedine poco accessibile dell’apparecchiatura, ma, per questo, l’intervento di Scott fu risolutivo).
Quando venne l’ora di ritirarsi, McCoy tornò al suo alloggio e si fermò davanti alla porta, aspettando che il congegno di apertura automatica lo riconoscesse e facesse il suo dovere; attese svariati secondi, ma non accadde nulla! ... o meglio, qualcosa accadde, ma non quello che lui si era aspettato: la porta emise dapprima un sibilo, che presto si mutò in uno stridio atroce, quindi un sottile fumo azzurrino, accompagnato da sinistri bagliori crepitanti, si levò da un lato dello stipite, dove doveva esserci il meccanismo di comando, poi fu di nuovo silenzio.
Dopo alcune ore di duro lavoro, una squadra di tecnici, sotto la direzione dell’Ing. Scott, riuscì finalmente ad aprire la porta recalcitrante, che, appena liberata dalle guide, fu risucchiata all’interno, come se fosse stata attaccata ad un gigantesco elastico in tensione.
"Che mi venga un colpo!" esclamò il Dottore osservando allibito l’interno della sua stanza: buona parte dello spazio era occupato da un fusto spinoso, grosso quanto il braccio di un uomo, che si contorceva in tutte le direzioni. Da esso partivano altri rami più sottili, che si allungavano come tentacoli, fino a raggiungere ogni superficie circostante, a cui, le foglie (se così si potevano definire quegli enormi ammassi carnosi) aderivano con tutta la forza delle loro ventose. In alcuni punti, le pareti stavano cominciando a deformarsi, per effetto della trazione. Sul pavimento si intravvedevano qua e là i frammenti del vaso, che le radici avevano frantumato, crescendo ed espandendosi in cerca di qualcosa di abbastanza soffice da poter essere penetrato (il materasso era stato molto apprezzato, ma anche il tappeto sembrava di loro gusto e forse, col tempo, anche il pavimento stesso!).
"Che diavoleria è mai quella?" chiese Scott, appena ebbe recuperato l’uso della parola.
"Interessante!" Spock, quella sera si era ritirato presto, sentendo il bisogno di trascorrere qualche ora in meditazione, ma il chiasso nel corridoio aveva finito per disturbare la sua trance; "... sembrerebbe uno har’vhe’hk, una pianta tipica dei deserti vulcaniani. L’unica in grado di sopravvivere ad anni di continua e completa siccità. Sebbene ... devo dire di non aver mai visto un esemplare di queste dimensioni! Complimenti, Dottore, a quanto pare lei possiede quello che, sul suo pianeta, viene chiamato pollice verde!"