di V'Muse
SOMMARIO:Avreste mai immaginato come passa il tempo l'Ambasciatore Sarek quando si trattiene oltre l'orario, nel suo ufficio?Il piacere dell'Ambasciatore
di Ada Jane Ward
La giornata era trascorsa laboriosamente, ma ora sembrava trascinarsi più lentamente del solito. Sebbene la sua mente fosse concentrata, qualsiasi cosa estranea al lavoro corrente esclusa dalla sua attenzione, c'era una piccola parte di lui che continuava a perdersi nei meandri della mente.
L'Ambasciatore Sarek scacciava i pensieri che si stavano facendo strada nella sua mente come cose senza importanza, ma più ci provava, più quelli tornavano a galla. Alla fine si rese conto di aver perso la concentrazione e spense il terminale. Ora se ne stava lì, in assoluto silenzio, facendo appello al suo autocontrollo per escludere quei pensieri per lui estranei. I minuti passavano e quelli erano ancora lì che fluttuavano nella sua mente cosciente. Aprì gli occhi e guardò verso la finestra. Sospirò profondamente e si alzò dalla sedia. Andò dritto alla finestra che si affacciava sul terreno dell'ambasciata e sulla strada principale. Il sole aveva cominciato a tramontare e disegnava ombre di colore grigio e malva attraverso il cielo.
Guardò in strada, dove la pavimentazione brillava per la pioggia caduta nel pomeriggio, a quell'ora della sera era tutto tranquillo, la maggior parte del personale dell'ambasciata era andato a casa e i pochi che restavano erano rintanati dietro porte chiuse, dove lavoravano in silenzio. Guardò di nuovo in strada, verso il vuoto e l'oscurità incombente. Sospirò. Da quanto tempo la conosceva? Calcolò rapidamente: sei mesi, due giorni, dodici ore e trentasette minuti. Si chiese come avesse potuto lasciarsi attrarre da lei. Lei non gli aveva mai dato nessun segno di essere interessata a lui ... Ma, col passare dei mesi, le cose sembravano semplicemente essersi assestate da sole, almeno da parte sua.
Ripensò alla prima volta che lei era venuta all'Ambasciata e si concesse un piccolo sorriso. Lei era sembrata in soggezione, quando lo aveva incontrato, e lui l'aveva giudicata semplicemente un'altra Umana. Era rimasto comprensibilmente sconcertato quando un'Umana aveva vinto il concorso per la creazione di una statua per l'Ambasciata Vulcaniana. Si era aspettato che l'incarico andasse ad un artista vulcaniano e quando aveva saputo che era stato assegnato ad un'Umana ne era stato lievemente divertito. Che poteva saperne un'umana di arte vulcaniana? Aveva pensato. Ma lei aveva ottenuto l'incarico in forza dei suoi meriti e lui l'aveva accettata.
Il loro primo incontro era stato del tutto improduttivo, lei così insicura e lui che aveva subito perso interesse per via della passività della giovane donna. Ma la prova del suo talento era lì di fronte a lui, nell'album che lei gli aveva mostrato. Sebbene non lo avesse dato a vedere, ne era rimasto alquanto impressionato. E, dopo avere esaminato i disegni, aveva avuto la certezza che l'Ambasciata avrebbe ottenuto un'opera d'arte.
Lei era tornata all'Ambasciata per tutta la durata degli ultimi sei mesi, portando nuovi schizzi del progetto, nuove soluzioni di piccoli dettagli che a lui era parso potessero essere migliorati. Nel suo intimo, lui sapeva che in realtà non c'era niente da migliorare in quei disegni, ma, col passare delle settimane, era divenuto più interessato a lei che alle sue doti artistiche. Quando lei gli sedeva di fronte, lui prestava attenzione a ben altro che i disegni. Aveva memorizzato il suo viso con tale precisione, che esso gli appariva anche quando era in meditazione, distraendolo. Non aveva mai fatto commenti sul suo aspetto, pensava che ciò sarebbe stato inappropriato e si chiedeva se lei si fosse mai accorta di quelle volte in cui le si era fermato appena un po' troppo vicino. Se lo aveva fatto, era stata troppo educata per farlo rilevare.
Quando lei gli mostrava i vari schizzi, lui si chinava gentilmente al di sopra della sua spalla per guardare e il profumo di lei lo costringeva ad imporsi un po' più di autocontrollo. Ultimamente, si era sorpreso a sorridere, quando lei entrava nella stanza; lei non ci aveva fatto caso, forse non sapeva neanche che, di solito, i Vulcaniani non sorridono così apertamente, ma aveva contraccambiato con grazia.
Non sapeva come spiegarsi ciò che provava per lei, tutto ciò che sapeva era che doveva fare qualcosa in proposito. Non poteva più reprimere il desiderio. Doveva approcciarla sul piano fisico e vedere come lei avrebbe reagito alle sue avance. Come avrebbe reagito? Si era chiesto anche quello.
Lei non era legata sentimentalmente, né c'era nessun uomo speciale nella sua vita, per quanto lui ne sapeva. Non le aveva mai fatto domande sulla sua vita privata, né lei gli aveva mai fornito informazioni in merito. Quindi aveva supposto che lei fosse libera. Ma come avrebbe reagito alle sue avance? Le avrebbe accettate? O lo avrebbe respinto e se ne sarebbe andata, offesa persino dall'idea di prendere in considerazione la sua prposta?
Quel giorno, Sarek aveva deciso di non celarle più i suoi sentimenti. Che quella sera stessa le avrebbe parlato apertamente. Sapeva che lei avrebbe potuto rispondere solo no; avrebbe accettato la sua risposta, qualunque fosse stata, ma il pensiero di lei che diceva no gli riusciva insopportabile e non voleva soffermarsi a considerarlo.
Qualcuno bussò alla porta e questa si aprì lentamente. Sarek si girò per vedere chi fosse. Era T'Mir, la giovane segretaria vulcaniana, che aveva collaborato con loro alla creazione della statua. La sua conoscenza dell'arte antica vulcaniana era stata preziosa per il progetto; ora era lì sulla soglia con in mano una cartella di stampe, che aveva selezionato.
"Ambasciatore, mi spiace disturbarla, ma credo che le servano le stampe dei pezzi che lei e la signorina Aris stavate esaminando la settimana scorsa." L'ambasciatore le andò incontro, attraverso la stanza, e tese la mano per prendere la cartella. L'aprì, diede una rapida occhiata ai fogli che essa conteneva, annuì e si volse per posarla sulla scrivania.
"Ancora una cosa, prima che me ne vada, ambasciatore." Lui la guardò, in attesa.
"La signorina Aris farà tardi questa sera, dovrebbe arrivare verso le sette." T'Mir attese che lui rispondesse.
"Sì, certo T'Mir, grazie," disse lui. T'Mir rimase lì ancora per un momento e, visto che lui non aggiungeva altro, uscì chiudendo silenziosamente la porta alle sue spalle. Sarek alzò lo sguardo, chiedendosi se la sua segretaria sapesse. Anche se fosse stato così, non avrebbe avuto importanza; era suo diritto soddisfare le proprie necessità. Dopo tutto era privo di una compagna ormai da due anni e sentiva che era tempo di cercare qualcuno che riempisse il vuoto lasciato dalla perdita di sua moglie.
L'orologio suonò le sette e Sarek guardò verso la porta, aspettando che lei bussasse. Pochi minuti dopo, lei bussò. Lui si alzò e andò verso la porta, mentre l'apriva, sorrise gentilmente come sempre.
"Prego entri, signorina Aris," disse, facendosi da parte per farla passare.
"Come sta, ambasciatore?" chiese lei.
"Bene, così spero di lei," chiese a sua volta. Era trascorsa una settimana dall'ultima volta che lei era stata all'Ambasciata. Era contento che lei fosse lì, ora.
"Sto bene, ambasciatore, ho lavorato alla revisione degli schizzi, dopo l'ultima volta che ci siamo incontrati, e credo che sarà soddisfatto del risultato." Andò alla scrivania e vi posò la cartella, la aprì e ne prese alcuni schizzi, appoggiandoli sul ripiano. Quando si rese conto che Sarek non l'aveva seguita, si girò verso di lui con un sorriso. "Non vuole dare un'occhiata?" gli chiese.
"Sì, certo." Lui attraversò la stanza e si sedette alla scrivania. Lei gli tese gli schizzi e attese che lui li esaminasse.
Dopo qualche istante, egli alzò gli occhi su di lei. La donna era intenta a guardare qualche altro disegno che aveva nella cartella e non era consapevole dello sguardo di lui. Alla fine, Sarek si schiarì la gola per richiamare la sua attenzione. Lei lo guardò e sorrise.
"Signorina Aris, questo disegno non è quello che avevamo concordato, vuole spiegarmi i cambiamenti che ha apportato?" Lei sorrise di nuovo.
"Ambasciatore, credo che potrebbe chiamarmi per nome, dopo tutto abbiamo lavorato insieme per un bel po' e Signorina Aris suona così ... formale. La prego, mi chiami Briane." Sarek annuì.
"Briane, allora, vuole spiegarmi, per favore, perché ha inserito questo motivo lungo il bordo della figura?" Briane si sporse sulla scrivania per guardare il punto che lui indicava. Era difficile vedere bene, da dove era seduta, così si alzò e girò intorno alla scrivania, portandosi dietro di lui.
"Ah, sì. Ho preso il disegno dalla scultura che mi ha fatto vedere T'Mir la settimana scorsa, ho pensato che si adattasse perfettamente. Non le pare che ci stia bene?" chiese. Sarek indicò una voluta interrotta nel disegno.
"Non ha collegato questi due punti. Forse è questo che compromette l'effetto?"
Briane guardò.
"Sì, ha ragione, non me ne ero accorta." Andò a prendere una matita nella borsa e tornò a mettersi alle spalle di lui. Si sporse al di sopra della sua spalla e, con perizia, chiuse il tratto di spirale. Lui avvertì il suo calore, la pressione della mano di lei appoggiata sulla spalla e il profumo che lo avvolgeva. Cercò di fissare l'attenzione sul disegno su cui lei stava lavorando, ma era troppo distratto. Allungò una mano e le prese la matita, appoggiandola sulla scrivania. Briane apparve un po' turbata da quel gesto.
"C'è qualcosa che non va, ambasciatore?" chiese, guardandolo in viso.
Sarek si voltò e la guardò dritto negli occhi. Lentamente, il sorriso svanì dal volto di Briane, vedendo l'espressione del Vulcaniano. Di nuovo chiese: "C'è qualcosa che non va, ambasciatore?" Lui sostenne il suo sguardo. Il silenzio che cadde fra loro, nei momenti che seguirono, risultò snervante per Briane. Poteva sentire il proprio cuore batterle più rapidamente in petto. Desiderava distogliere lo sguardo da quegli occhi neri, così vicini ai suoi, ma non poteva; era come ipnotizzata, come una preda inerme, che aspetta il colpo finale. E fu solo quando Sarek alzò la mano per toccarle il viso che riuscì a staccarsi da quello sguardo.
"Non c'è niente che non va, Briane. Niente che non si possa risolvere." La voce di Sarek era un sussurro appena udibile.
Briane si sentì mancare il respiro, mentre le dita di lui le accarezzavano la guancia. Con gli occhi chiusi, ella avvertì immediatamente la sensazione di calore che fluiva dalle punte di quelle dita. Voleva ritrarsi, incerta se desiderare che lui continuasse. Tenne gli occhi chiusi, non osando guardarlo in viso, nel timore che gli occhi di lui annullassero ogni sua volontà e l'attirassero nelle sue braccia impazienti.
Gentilmente, Sarek mosse le dita, ponendole sul lato del volto di lei, nella posizione di contatto. "I tuoi pensieri, Briane." La voce era bassa, sensuale, e Briane sentì un brivido correrle lungo il corpo; aprì le labbra per parlare, per dar voce alle sue proteste, contro quel contatto, ma le parole non vollero uscire.
"Solo i tuoi pensieri," sussurrò lui, avvicinando il proprio viso al suo. Il respiro di lui era caldo e dolce sul suo viso e, quando lui le sfiorò le labbra, lei gemette, mentre lacrime le sfuggivano dagli occhi chiusi. Lasciò fluire i propri pensieri nella mente di lui, che chiuse gli occhi a sua volta. Sarek lasciò entrare liberamente le emozioni di lei e fu sgomento di fronte alla misura del dolore che si celava in lei. Ne fu sopraffatto e interruppe il contatto.
Briane aprì gli occhi e, con labbra tremanti, si chinò su di lui e le posò sulla sua bocca. Le tenne lì per un momento, poi si ritrasse, senza baciarlo. Sarek tese la mano e le asciugò le lacrime sul viso.
"Non ti farò male, T'hy'la," le disse alzandosi dalla sedia. Le si tirò indietro per lasciarlo passare. Sarek andò alla finestra e rimase a fissare l'oscurità, che ormai avvolgeva l'Ambasciata; la luce dei lampioni esterni gli si rifletteva sul viso, illuminando l'oscurità dei suoi occhi; emise un sospiro.
Briane si voltò a guardarlo, la schiena di lui le nascondeva la finestra. Lei fissava l'oscurità della sua figura, senza poter distinguere dove questa iniziasse e la notte finisse; esse sembravano fluire naturalmente l'una nell'altra. Lui aveva effettivamente risvegliato qualcosa in lei. Qualcosa che era rimasto sopito per un certo tempo.
"Cosa ti aspetti da me?" chiese. Ci fu un lungo silenzio, mentre lei aspettava la risposta. Alla fine, Sarek si girò verso di lei.
"Mi aspetto ... Non mi aspetto niente, spero solo che ciò che mi offrirai, sarà offerto ... spontaneamente." Rispose lui, allontanandosi di un passo dalla finestra.
"E cos'è che speri che io ti offra ... spontaneamente?" chiese lei, mentre lui le si avvicinava. Quando le fu di fronte, lui le prese la mano e se la portò alle labbra; la mano di lei tremò, quando le labbra di lui vi si posarono e la baciarono. Lui ne tracciò i contorni con la lingua, fino al polso, e strinse delicatamente la pelle fra le labbra. Quindi allontanò la mano dalle labbra e se la posò sul petto. Con l'altra mano, le sollevò il viso, in modo da incontrare il suo sguardo. Si chinò su di lei e le sfiorò l'orecchio con le labbra.
"Piacere," sussurrò. Briane tremò a quella parola. Strinse con forza il tessuto che gli ricopriva il petto. Lasciò che lui l'attirasse contro di sé. Il suo calore e odore le penetrarono i sensi, eccitandoli ulteriormente.
Sarek l'attirò ancora più vicina. Era passato tanto tempo dall'ultima volta che aveva permesso a questa emozione di salire in superficie, aveva quasi dimenticato che effetto facesse volere ... desiderare. Ma ora, fra le sue braccia c'era il desiderio stesso e il mezzo per soddisfarlo.
L'allontanò da sé e rimase un poco a guardarla; lei non poteva sapere cosa lui stesse pensando, tutto ciò che sapeva era che lo desiderava e che, a questo punto, non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Sarek allungò la mano e tirò delicatamente la chiusura del vestito di lei; questa si aprì lentamente, facendo sì che l'abito le scivolasse giù dalle spalle. Sarek non emise alcun suono, né tradì alcuna emozione, quando Briane tirò ancora più giù il vestito, scoprendosi i seni; si limitò a prenderne uno in mano e ad accarezzarlo sapientemente. Briane gemette, quando lui si chinò in avanti e le prese in bocca un capezzolo, disegnando circoletti con la lingua intorno ad esso. L'altra mano accarezzava l'altro seno. Briane quasi non riusciva a respirare, sopraffatta dal piacere.
Lui si raddrizzò e l'attirò a sé, afferrandole i lunghi capelli rossi. Non ebbe bisogno di forzarla ad avvicinarsi, lei cercò affannosamente la sua bocca con la propria e, quando le lingue si incontrarono, fecero scintille. Sarek sentì la mano di lei scorrergli giù lungo il petto e la sua passione si infiammò; giù e ancora più giù, finché la mano trovò ciò che stava cercando e si fermò. Freneticamente, si insinuò sotto la veste e dentro i pantaloni. Questa volta Sarek gemette e cominciò a togliersi veste e tunica. Briane gli pose la bocca sul petto e lo baciò, mordicchiandolo, mentre scendeva lentamente a raggiungere la propria mano. Lui si sfilò i pantaloni per facilitarla e lei lo prese delicatamente in mano.
Briane si chinò, posò le labbra sulla testa del pene inturgidita e la baciò. Questa volta fu Sarek a tremare, mentre lei lo accarezzava e leccava in tutta la lunghezza. Era passato così tanto tempo da quando aveva provato simili sensazioni, che si tirò indietro, temendo di finire troppo presto. Fece scivolare una mano fra le gambe di lei e sentì il calore cui anelava. Le sue dita si insinuarono profondamente dentro di lei, facendola quasi gridare. Non un grido di dolore, ma uno colmo di estasi. Lentamente, lui mosse le dita avanti e indietro, portandola ad un rapido climax. Quando lei ebbe finito la sollevò fra le braccia, baciandola fino a che i suoi stessi sensi ne furono offuscati e il suo solo pensiero fu di soddisfare il proprio desiderio.
Briane era senza fiato; ancora una volta, cercò la bocca di lui e accolse la sua lingua nella propria, desiderosa di eccitare di nuovo la propria passione. A metà del bacio, Sarek, che ancora la sorreggeva, entrò dentro di lei; ella gli avvolse le gambe intorno al corpo con forza, sentendo il membro penetrarla in profondità. Lui si distese sul piano della scrivania, con Briane sopra di sé. Lei si sentiva bruciare dentro, il pene di lui quasi troppo grande per lei, ma il dolore che questo le causava era anche fonte di piacere.
Lentamente cominciò a muoversi sopra di lui, che le teneva le mani sui fianchi e la sollevava ritmicamente. La passione raggiunse l'apice e lui l'attirò di nuovo verso la bocca, mentre le sue mani si muovevano lungo tutto il corpo di lei, accarezzandola da tutte le parti. Infine, egli non poté più trattenersi, la sollevò e la distese sulla schiena, restando sempre dentro di lei, portandosi sopra, in posizione di comando.
Momenti diventarono ore, mentre la pelle brillava sotto le luci provenienti dalla strada. Ancora e ancora la passione montò dentro di loro e si spense in un impeto di estasi. La notte non era mai sembrata così lunga o così appagante. E, nella pallida luce del mattino, lui la strinse a sé e sussurrò ancora:
"Piacere."