
DA CABIRIA A MOULIN ROUGE!
di Dante Albanesi
a Eleonora
Gli interventi riuniti in questo volume, disposti in ordine cronologico,
attraversano buona parte della storia del cinema, analizzando sotto diversi
aspetti una relazione in costante movimento: quella del Cinema con la Musica.
Tra Cabiria di Giovanni Pastrone (1914) e Moulin
Rouge! Di Baz Luhrmann (2001)
scorrono quasi cento anni di ciò che è stato il suono per l'immagine in
movimento. E gli estremi di questo lunghissimo percorso non sono scelti a caso.
Cabiria inaugurava un genere, il kolossal, e allo stesso tempo ne diveniva
l'insuperato rappresentante. In un'epoca in cui il cinema era ancora bambino,
linguaggio "minore" e volentieri deprezzato dalle classi colte,
Pastrone architettò a tavolino un processo di artisticità "per
osmosi": fondare il concetto inedito di cinema come Arte, tramite il
calcolato accostamento ad altre arti e discipline più "rispettabili":
l'Epica (riletta da un decadentismo impregnato di elementi fiabeschi), la Storia
Classica (e il suo corredo di Romanità trionfante, anticipatrice del
Ventennio), l'Architettura di scenografie titaniche (che prefiguravano Griffith
e De Mille), la Letteratura di D'Annunzio (e le sue didascalie sempre al limite
del ridicolo)… Si consumava così la prima di innumerevoli strategie per
conferire dignità intellettuale ad un prodotto cinematografico. Ma all'interno
di questo coraggioso pastiche emergeva soprattutto la Musica: la Sinfonia del
Fuoco di Ildebrando Pizzetti, all'epoca caso quasi unico di colonna sonora
appositamente composta per un film. Obiettivo sin troppo palese: attirare nelle
sale il pubblico dell'Opera Lirica, quel ceto alto borghese più sensibile
all'orecchio che all'occhio. Moulin Rouge! distrugge forse per sempre un genere,
il musical, e si pone come primigenio modello di qualcosa di inedito e strano.
Un ibrido che abbandona il montaggio per il mixaggio, in nome di pochi
suggestivi postulati: l'idea che il cinema sia l'ultimo fantasmagorico calderone
della Storia; che il più grande spettacolo cinematografico non sia altro che la
descrizione di un altro spettacolo; che il passato sia uno sterminato catalogo
di immagini e suoni attraverso cui ricomporre lo specchio frantumato del
presente. Il turbinio sonoro di Luhrmann non è che il naturale epilogo di due
secoli di caricature e rielaborazioni: il cancan nasce nell'Ottocento come
variante licenziosa del galop, figura di chiusura della quadriglia; nel 1832
viene proposto nei teatri di Parigi come spettacolo a sé stante, riscuotendo
immenso successo; nel 1856, Jacques Offenbach lo trasforma in dissacrante ballo
finale nell'operetta Orfeo all'inferno; nel 1886, Camille Saint-Saens riprende
il brano e (con la sfrontatezza di un DJ dei giorni nostri) lo rallenta in modo
esilarante, per ottenere il "tema della tartaruga" nel suo Il
carnevale degli animali; nel 1889, con l'apertura del Moulin Rouge, il galop di
Offenbach viene nuovamente riportato alla danza sfrenata che conosciamo. Il
cancan postmoderno di Moulin Rouge! È dunque questo: come Saint-Saens
rallentava Offenbach che sbeffeggiava Orfeo, così Luhrmann mixa Elton John con
i Beatles, i Nirvana con Sting, per una parodia al cubo che può anche
somigliare a un omaggio… È facile intuire come in un secolo i rapporti tra
cinema e musica si siano pressoché ribaltati. Cabiria rincorreva lo statuto di
"Arte Cinematografica" assorbendo il prestigio riflesso di una
composizione sinfonica. Moulin Rouge! sfrutta la raggiunta "artisticità"
del cinema per elevare il rock a dignità di musica tout court. Sempre
un'osmosi, ma in direzione inversa. Tra il primo Novecento rievocato nel 2001 e
il 300 a.C. ricostruito nel primo Novecento, tra un cinema da Opera e un cinema
da discoteca, l'approccio e i risultati del linguaggio cinematografico restano
pressoché identici. Sia Cabiria che Moulin Rouge! partono come film
"storici", coniugati al passato, ma finiscono come film sul presente,
documenti irripetibili della loro epoca, delle sue ideologie sotterranee o
manifeste. E del cinema che le veicola, in modo spesso involontario ma sempre
trasparente.