L'Atalante



IL FILM


Regia: Jean Vigo. Soggetto: Jean Guinée (pseud. Di Robert de Guichen). Sceneggiatura e dialoghi: Jean Vigo e Albert Riéra. Scenografia: Francis Juordain. Fotografia: Boris Kaufman. Musica: Maurice Jaubert. Canzoni: Charles Goldblatt. Montaggio: Louis Chavance. Interpreti: Michel Simon (Père Jules), Jean Fasté (Jean), Dita Parlo (Juliette), Gilles Margaritis (il venditore ambulante), Louis Lefebvre (il mozzo), Fanny Clar (la madre di Juliette), Raphaèl Diligent (il vagabondo), Charles Goldblatt (il ladro), Pierre e Jacques Prévert. Produzione: Jacques Louis-Nounez con Gaumont - Franco - Film - Aubert. Distribuzione: Mikado. Durata: 89'. Origine: Francia 1934.


Il comandante di una chiatta a motore "L'Atalante", sposa una ragazza di campagna. Subito dopo la cerimonia, porta la moglie, Juliette, a vivere sulla chiatta insieme ad un vecchio marinaio, un ragazzo e un cane. Fa amare a sua moglie quella semplice vita il cui itinerario è fissato dagli ordini della Compagnia, e la cui monotonia è rotta solo dagli scali. Le fa anche odiare la riva, simbolo di piaceri malsani. Tuttavia, ad uno scalo, un giovane marinaio, innamorato di Juliette, le propone di portarla in città e le fa balenare i piaceri che l'aspettano. La donna rifiuta e l'uomo, sorpreso dal comandante, viene scacciato dalla chiatta. Ma l'idea si radica nella mente della giovane e, una sera, lei abbandona "L'Atalante", prende un trenino e raggiunge la città. Il comandante rifiuta la proposta fatta dal vecchio marinaio di andare a cercare sua moglie: "L'Atalante", secondo gli ordini della direzione, partirà verso altri scali. Quando uno scalo riporta la chiatta nella zona, il vecchio, malgrado il divieto del comandante, una domenica va in città, in cerca di Juliette. Invano percorre strade e bar. Sulla via del ritorno, la scorge in un negozio, dove sta ascoltando in cuffia una canzone, e la riporta a "L'Atalante".


Il film nasce il 26 Agosto del 1933, quando il produttore Jacques Louis-Nounez, lo stesso di Zéro de conduite, trasmette ad un già sofferente Jean Vigo un poco entusiasmante soggetto ricevuto dallo sconosciuto Robert de Giuchen. Albert Riéra convince il regista che è possibile trarne un'opera personale e questi, prima di mettersi al lavoro, chiede una consulenza Georges Simenon, grande esperto di barconi e canali. A fine estate la sceneggiatura è pronta e poco dopo arriva anche il consenso di Michel Simon, vera chiave di volta del film. Verso il 10 Novembre inizia la lavorazione in esterni e, a fine Gennaio del 1934, le riprese, rallentate dalle condizioni atmosferiche e dallo stato di saluta di Vigo, sono praticamente terminate. In aprile è pronta anche il montaggio, che viene sottoposto da Nounez alla Gaumont, la casa che partecipa al finanziamento e dovrebbe garantire la distribuzione. Vengono chiesti dei piccoli tagli, che gli autori accettano e ci si avvia verso la prima proiezione "professionale" (25 Aprile). Qui, da parte degli esercenti, arrivano più pesanti richieste: ulteriori tagli (ben più incisivi); inserimento, tra le musiche di Jaubert, di una celebre canzone del compositore italiano C. A. Bixio; mutamento del titolo in quello stesso della canzone. Così Le chaland qui passe appare sullo schermo del Cinema Colisée di Parigi il 12 Settembre, poco dopo che la versione integrale, preselezionata per la Mostra di Venezia, ne è stata respinta. Jean Vigo muore il 5 Ottobre. L'odissea del film continua. Occorre attendere il 30 Ottobre 1940, perché allo Studio des Ursulines compaia un'edizione volenterosamente ricomposta da Henri Beauvais. Un'altra ricostruzione compiuta da Henri Langlois viene presentata nell'Agosto-Settembre 1950 al Festival du Film de Demain, organizzato dalla Cinémathèque Française. Le principali parti reintegrate in questa edizione restaurata consistono nel corteo nuziale (ove compaiono i fratelli Prévert); nella prima fuga di Juliette dal barcone; nel vagabondare di Jean per le vie di Le Havre Compreso il momento in cui, disperato, lecca un blocco di ghiaccio); nelle scene in cui Père Jules mima, in una danza surreale, una lotta con se stesso o si infila -autentico scandalo- una sigaretta accesa nell'ombelico; nella sequenza della canzone dell'ambulante ("La campagn' c'est bien loin d'la ville / et ça n' lui resemble' en rien du tout / o mon amour de quatre sous / ça sent si bon la naphtalin' "). Certo, di naftalina non sa oggi il film.


Da CINEFORUM N. 308 Lorenzo Pellizzari




ENRICO GHEZZI e L'ATALANTE

 

Trascrizione della presentazione televisiva di Enrico Ghezzi alla proiezione del film "L'Atalante", la notte del 31 Dicembre 1991 alle ore 1:30, su RAITRE.


Ogni volta che vedo "L'Atalante", che penso, anzi a "L'Atalante", che è il film che forse ho visto di più e di sicuro quello che ho amato di più, fino a oggi, sbaglio l'anno di nascita del film: a volte mi sembra il '29, il '30, '32, '34, mentre l'uscita del film è del '33/34. Per me è il prototipo di un cinema senza tempo. Anche Buñ uel, negli anni 60, di fronte, quindi, all'incalzare della Nouvelle Vague, della New Wave, dei nuovi cinema, Free Cinema, disse: "Il cinema può andare avanti quanto vuole, ma non supererà mai e forse non raggiungerà mai un film come "L'Atalante", un film dove c'è già dentro tutto."

È un film molto amato dai surrealisti, nonostante l'anarchismo di Vigo, che morì pochi mesi dopo, a ventinove anni e, praticamente, morì anche per questo film, perché si aggravarono molto le sue condizioni di malato ai polmoni, durante la lavorazione lungo i canali francesi

Niente, è un grandissimo film d'amore, il ché lo rende veramente, tout court, un grandissimo film. Perché cosa c'è di più difficile e di più centrale, non solo nel cinema, ma in qualunque campo, che non riuscire a far vedere, a veder, ad aprire gli occhi per lo stupore, per l'ultima o per la prima volta, quello che è il moto, il movimento dell'amore? Lui, intanto, è disperato dall'amore, ma insomma, lo stravolgimento che è l'amore e questo movimento paradossale che è in sé di voler restare fisso, ossessivamente fisso, con quello che si ama, che poi è anche se stessi; quindi bloccati in questa posa, in questo sguardo allucinato e insieme, invece, di voler portare questo (proprio restando bloccati) all'infinito, quindi in un movimento temporale verso l'eterno, che ovviamente si scontra con la fissità. Si scontra con l'altro tipo di fluidità del tempo, con lo scorrere della vita quotidiana.

Questo film, secondo me, è straordinariamente perfetto: non si cura dei dettagli narrativi. Noi lo diamo in una vecchia copia italiana, recuperata in RAI, con difetti del sonoro e oltretutto doppiata; ma è quella che è stata la copia de "L'Atalante", fino a tre o quattro anni fa, quella che si vedeva anche in Francia. Qua c'è la musica modificata, c'è Parlami d'amore Mariù, la versione italiana de Le chalande qui passe, che già era una cosa aggiunta a forza dalla Gaumont (che rimontò il film, che aveva solo le musiche meravigliose di Jaubert, tanto amate da Truffaut). Truffaut usò molte musiche di Jaubert, poi, in alcuni dei suoi film, dopo quelli di Hermann, Hitchcock e Vigo. Stranissimi riferimenti, così lontani! Anche "L'Atalante" è un film lontano, dentro se stesso e a se stesso; si muove in direzioni opposte, da una parte lungo questo fiume, lungo la realtà di quest'acqua, dall'altra dentro quest'acqua.

Pensiamo alla scena che avete visto tante volte, la sigla di "Fuori orario", e quindi questa notte, l'ultimo dell'anno, un anno liquidi, che sembrava aver mutato tante cose e invece è rimasto fermo come un iceberg. Proprio ho voluto darlo, anche in questa versione, che non è quella nuova restaurata. "L'Atalante" è quello che si è già visto chissà quante volte, almeno per me è stato così. È molto bella la versione filologica, ci fa capire meglio il progetto di Vigo. C'è una scena molto bella nella copia che eravamo abituati a vedere. Ma ecco, direi che è il classico esempio di cosa talmente grande che sopporta qualunque deformazione, qualunque ricordo, credo che sarebbe bellissimo anche ricolorato, come tutti i film belli.

Giorni fa fantasticavamo con gli amici de "L'avventura" di Antonioni: questo trionfo del rigore del bianco e nero, della sparizione dentro il bianco e nero dell'immagine, ricolorato, naturalmente da Antonioni stesso, come voleva fare Goddard con "A bout de souffle", "Fino all'ultimo respiro".

Buona visione, buona visione, buona visione, perché per me è la visione più bella. C'è la scena dentro l'acqua, filmata, come tutto il film, da Boris Kaufmann (il fratello di D. Vestov), ed è già uno straordinario intreccio nella storia del cinema, di questi due geni della visione; Vigo e Vertov che si incontrano mediante un fratello, che poi sarà un grande fotografo. In America, in seguito, feconderà una parte di cinema americano.

Dicevo, dentro quest'acqua, c'è quella che, per me, è la più bella sovrimpressione della storia del cinema e che è, appunto, un tentativo ingenuo, semplice, facile, ma commoventissimo e geniale di dare l'amore dentro le immagini stesse. Due immagini che fanno l'amore, lo sguardo che riesce a fare l'amore con le immagini, anche se il corpo è disperato, cerca, non trova, poi finalmente vede, quindi sa che l'amore c'è ancora, secondo la profezia che c'è prima nel film.

E poi ci sarebbe da fermarsi, da non andare su questo fiume che, in fondo, ha questo ritmo lento, terribile, della vita quotidiana, che però è già diversa da quella di città. È un film assolutamente, se vogliamo, realistico, allo stesso tempo squarciato continuamente da questi tatuaggi, che ah su se stesso, sulla pelle apparentemente così normale di questo film. Film a cui, sapete, è stato reso omaggio, di recente, in una scena, che vedrete, nel film di Carax "Les amants du Pont Neuf", un film che vorrebbe essere molto vigoiano. Secondo me non ci riesce; la cecità del film di Carax, come anche di quello di Wenders, non riesce a raggiungere l'intensità della visione del tenere gli occhi aperti sott'acqua, sotto questo vetro del cinema, che aveva già passato la stagione delle avanguardie storiche, dei futurismi e che, però, non era così. Questo non è un film di genere. Io lo trovo semplicemente: l'amore nel cinema, l'amore del cinema, il cinema dell'amore.