SERIAL KILLER
lo schermo criminale

 

"...Talvolta ho l’impressione di essere all’inseguimento di me stesso... Voglio fuggire... fuggire da me stesso... ed il giorno dopo leggo sui giornali quello che ho fatto, leggo, leggo... Ho fatto veramente questo?"

(da M, di Fritz Lang)

"Psycho-Killer, qu’est ce que c’est..."

(Talking Heads, Psycho-Killer)

 

Serial-killer e psycho-killer sono due figure (ma cosa le differenzia...?) che dagli albori della storia del cinema sono presenti (come protagonisti oppure come semplici comprimari "indispensabili") in opere cinematografiche tra le più famose, fino al punto di rappresentare, per alcuni registi, uno degli elementi fondamentali della propria poetica. Ma chi è riuscito ad inquadrare meglio l’animo, le perversioni, la solitudine, i traumi e le ferite subite di questi personaggi, di cui forse troppi hanno abusato? È senz’altro questo lo scopo della presente rassegna, nell’occasione particolarmente ricca (oltre ai consueti otto film, se ne aggiungono quattro - di grande interesse - presentati nella loro versione originale, nella speranza che si crei attorno ad essi un gruppo di aficionados), che partendo dai nobilissimi "natali" del serial/psycho-killer (Alfred Hitchcock e Fritz Lang) cerca di ripercorrerne la tormentata storia fino ai giorni nostri.

M e The lodger indicavano già, nei lontani anni ’30, quali fossero le due direzioni principali da intraprendere nell’analisi di una figura criminale (seriale o no): quella individualistica di Hitchcock, tutta tesa allo studio e all’illustrazione dell’assassino preso come singolo individuo, della sua sfera psicologica, svincolato dai legami con la società circostante. E quella più sociale di Lang, che fin dai tempi di M poneva tutta la sua attenzione sulla figura del criminale come prodotto della società, come sua estrema espressione, traendo acute e sferzanti osservazioni sulla società stessa messa di fronte alle proprie responsabilità. Detto subito che esempi di questo "approccio" all’assassino-seriale (o presunto tale) ricorrono costantemente nella filmografia di questi due impareggiabili indagatori dell’animo umano (basterà ricordare Psycho e Frenzy per Hitchcock, Fury e While the city sleeps per Lang), ci si accorge che su queste strade, da loro indicate, si sono incamminati, con alterne fortune, numerosissimi registi. Robert Siodmak, ad esempio, regista di origine tedesca, i cui film si caratterizzano per la loro cupezza e per la presenza di personaggi non eroici, che non sanno gestire la loro esistenza: The spiral staircase ne rappresenta una sorta di manifesto, dove il silenzio della sordomuta perseguitata da un criminale psicopatico evoca atmosfere di cupo terrore. Oppure Charles Laughton nel suo unico film da regista, The night of the hunter dove la figura del serial-killer, interpretata da Robert Mitchum, rappresenta il prototipo di quelle schiere di psicopatici ossessionati da paranoie dal contenuto religioso. A differenza di questi ultimi, che cercano essenzialmente di focalizzare il rapporto assassino-vittima, Charlie Chaplin si ispira più alla tradizione langhiana con il suo Monsieur Verdoux, e se nella prima parte si diverte, con toni da pura commedia chapliniana, a tratteggiare il personaggio nei suoi diversi tentativi di sopprimere le donne che lo circondano, nella seconda scaglia un chiaro e violento atto d’accusa nei confronti della società, delle potenze imperialistiche e del loro avvalersi dell’"assassinio all’ingrosso" per perseguire le proprie mire di potere.

Casi a se stanti rappresentano Edgar G. Ulmer, maestro della produzione di serie B americana intorno agli anni ’40-’50, e Michael Powell, che da solo o assieme al collega Pressburger, rappresenta uno dei punti di riferimento del cinema inglese dell’età degli studios. Il primo, con Bluebeard, si riallaccia alla leggenda che fa di questo personaggio il precursore di ogni figura di assassino seriale; il secondo, con Peeping Tom, inizia ad analizzare l’importanza dello sguardo diretto e soprattutto filtrato dalla mdp nell’universo complesso della mente psicopatica. Anch’esso precursore di tutta una serie di film attuali che trattano del rapporto tra serial-killer e media (che sia la cinepresa usata per i cosiddetti "reality shows" in C’est arrivé près de chez vous del trio Belvaux, Bonzel, Pooelvorde, o il video, ripetuto all’esasperazione, in Henry: portrait of a serial-killer dell’americano McNaughton).

Senza dubbio, oggi, soprattutto negli Stati Uniti, il fenomeno serial-killer sta assumendo notevoli proporzioni (non è un caso se alcuni film, come ad esempio The silence of the lambs, involontariamente - ma poi quanto?, si chiederebbe Lang - precorrono eventi reali quale può essere il caso di Jeffrey Dahmer, "il mostro di Milwaukee") e se opere come quelle di David Lynch (Twin Peaks: fire walk with me) o di Dominic Sena (Kalifornia) rappresentano l’ennesima incursione nel tema sempre secondo le due angolazioni primigenie (quella di Lang per Lynch, attraverso l’analisi spietata del microcosmo provinciale di Twin Peaks, quella individualistica hitchcockiana per Sena, attraverso una nuova illustrazione di una mente malata diventata addirittura studio di tesi universitaria...), significa che è sempre vivo il tentativo di ricercare una motivazione nell’animo criminale, che sia alla base di questi atti sanguinosi; ma forse questo tentativo è e sarà sempre destinato al fallimento (ed il ritratto di Henry fatto da McNaughton è esemplare a questo proposito) solo per il semplice fatto che alla domanda "Perché?" non vi è (o non può esserci?) risposta se non quella, sconclusionata, di Patrick Bateman alla fine di American Psycho, il romanzo "seriale" di Bret Easton Ellis: "..."Perché?" E sebbene io mi vanti di avere sangue freddo, nervi d’acciaio e volontà di ferro, ecco che capto qualcosa di strano nell’aria: "Perché?" Allora automaticamente rispondo, di punto in bianco, senza alcun motivo al mondo - apro semplicemente la bocca, e le parole sgorgano fuori - riepilogando ad uso degli idioti: "Ebbene, sì, lo so, avrei dovuto farlo per davvero, ma non l’ho fatto. Ho ventisette anni, perdio; ed è cosi, hmm, che la vita si presenta in un caffè o in un club di New York, o forse dovunque, da qualsiasi altra parte, non so se mi spiego, alla fine del XX secolo; ed è così che la gente... È così che io mi comporto e, sì, insomma, essere Patrick, per me vuol dire questo, mi sa tanto, sicché, dunque, hmm, mi spiego..."" E a ciò segue un sospiro, poi un’alzata di spalle, indi un altro sospiro, e al disopra di una delle porte, mascherate da tendaggi di velluto rosso, lì da Harry’s, c’è un cartello sul quale sono scritte a lettere di fuoco, intonate con il colore della tenda, le parole: "Questa non è un’uscita".

 

(a cura di Alessandro Dardari)

 

da Serial Killer, lo schermo criminale, stagione cinematografica 1993/94, IV ciclo