(Dietro un paio di occhiali fumé)
di Marzia Milanesi
Solitario e schivo - per carattere, scelta, necessità, diversa appartenenza - Kiarostami non frequenta i salotti buoni del cinema, quelli, per intendersi, dei registi apolidi cui si è guardato, nella seconda metà degli anni '80, con fiduciosa speranza, spesso (ma forse ora non più) ripagata. Nonostante sia unanimemente considerato uno dei maggiori autori contemporanei, intorno a lui, riparato dal mondo da un paio di occhiali fumé, non si è formata nessuna piccola corte, nessun clan. Accompagnato da qualche funzionario della Farabi Cinema Foundation, l'ente di stato iraniano per la cinematografia, la sua presenza nei festival internazionali - anche quando, come quest'anno, da giurato a Cannes - rimane anonima: pochissimi a riconoscerlo, ancor meno quelli che osano un cenno di saluto. Al di là della stima e del prestigio internazionale di cui gode, gli entusiasmi cinéphile sembrano bloccarsi di fronte all'alterità quasi misteriosa e così poco esotica di un cineasta "non dissidente" la cui cultura di appartenenza sconta non solo l'ignoranza di lunga data dell'occidente e l'identificazione con un regime autoritario e repressivo, ma una storia recente anche drammaticamente contrappuntata dal muro contro muro ideologico che oppone i nuovi integralismi islamici al potere dei vecchi padroni del mondo.
Kiarostami, insomma, fa squadra a sé; realizza i suoi film a ritmi sorprendenti - sei lungometraggi, compreso quello che ha appena finito di montare, negli ultimi nove anni - va poco o nulla al cinema, non riconosce particolari affinità con altri registi se non, per quanto riguarda il passato, con il neorealismo italiano (ma tale affermazione, che compare in tutte le interviste, risulta un po' meccanica e stereotipata) ed evita con cortese fermezza qualunque discorso teorico sul suo cinema. "Io parlo attraverso l'immagine, il linguaggio del cinema" ha detto, e ancora, per bocca del personaggio di un suo film, "se non parlo, posso camminare più svelto".
Per parte nostra, rapiti dal magico isolamento del suo cinema che, ripartendo da un grado zero della visione e mettendone in gioco linguaggi sperimentati, restituisce una nuova etica alle immagini, gli auguriamo lunghe silenziose passeggiate.
L'infanzia del cinema
Indecidibile, ambiguamente trasparente, sottilmente sovversivo, il cinema di Abbas Kiarostami lo è, dietro l'apparente semplicità, da sempre; a partire dai suoi corti didattico-educativi, e via via raffinatosi fino a raggiungere la vertiginosa scrittura di Namay-e nazdik (Close-up) e di Zendegi edameh darad (E la vita continua...), il positivo cinematografico del quale si serve, insieme nascosto ed esibito, una sorta di cinema-verità che mette in piazza i suoi strumenti, è un gioco raffinato tra documentario e finzione la cui posta in gioco è l'agguato alla realtà.
Sotto la sua superficie, Kiarostami lo sa bene, c'è una verità segreta da scovare, da far emergere, di cui rendere cosciente lo spettatore; e se il dato di realtà è sempre frutto di una scelta pregressa tra almeno due possibili alternative - esemplari, a questo proposito alcuni cortometraggi, Do rah-e hal baray-e yek masaleh (Due soluzioni per un problema), Rah-e hal-e yek (Soluzione), Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom (Primo caso, secondo caso), Be tartib va bedoun-e tartib (Disciplinatamente o indisciplinatamente), Dandan dard (Mal di denti), - ad esso, ingannatore e menzognero, in ogni caso non bisogna fermarsi. Non alle maliziose furbizie del giovane protagonista di Mosafer (Il viaggiatore), alle bugie infantili degli scolari di Mashgh-e shab (Compiti a casa), né, in un crescendo più complessamente articolato, all'immagine da piccolo truffatore di Ali Sabzian, protagonista di Namay-e nazdik, o al vero falso documentarismo di Zendegi edameh darad.
Realtà e verità abitano due universi separati e il cinema di Kiarostami nel suo incessante fluire, fino all'indefinibilità, tra finzione e documentario, con i suoi attori non attori, i set verosimili e non veri, parte dalla prima - ordinaria o drammatica evenienza del quotidiano - per afferrare la seconda; straordinaria fornitrice di finzione, la realtà non è banalmente, nei suoi film, l'oggetto della messa in scena, ma sempre, di una domanda che porta a scoprire, dietro di essa, ciò che vi si cela. Meditazione critica, dunque, e attualissima, sull'intervento del cinema nel mondo reale - quello degli uomini e dei bambini, eroi anonimi di un paese travagliato che, come ha suggerito il regista, non sta in nessun luogo - i film Kiarostami attuano una doppia sovversione che, dal piano del linguaggio (ogni ricostruzione della realtà che si pretenda esaustiva è una menzogna; la fiducia nel potere della finzione, una stupidaggine) investe quello del racconto.
La moralità del suo procedimento cinematografico, l'interrogarsi continuo, cioè, sul senso delle immagini e sul proprio ruolo di artista (Zendegi edameh darad) si fa tutt'uno con il dovere etico di porre domande e suscitare, propedeuticamente, delle risposte; non siamo lontani, nel suo cinema adulto che ha raffinato i mezzi espressivi, dai documentari educativi degli inizi.
Il regista è colui che pone domande: al cinema, e insieme alla realtà che gli sta di fronte.
C'è sempre, per Kiarostami, qualcuno da cercare, un luogo da raggiungere, un "dov'è ?" cui dare risposta; come l'idea di verità, la sua idea di cinema affonda le proprie radici nella necessità della ricerca, del viaggio, anche quando si ha l'impressione di girare a vuoto (Khaneh-ye doost kojast?/Dov'è la casa del mio amico?) o si chiede a una vecchia R5 di sfidare una salita impossibile (Zendegi edameh darad). Proprio allora il sentimento geografico dello spazio si fa metafisica e l'interrogazione raggiunge il suo punto più alto.
Il cinema dell'infanzia
Anche il bambino è colui che pone domande; e in Iran - dove il tasso di natalità, pari al 4%, è il più alto del mondo e nell'89 circa il 50% della popolazione risultava composta da giovani al di sotto dei 15 anni - fornirgli delle risposte diventa un problema vitale, una questione di crescita nazionale. E non da ora, visto che la creazione del dipartimento cinematografico dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti risale al periodo precedente la nascita della repubblica islamica (1979) e il solo Kiarostami ha diretto nei dieci anni che vanno dalla sua fondazione alla cacciata dello scià, dieci cortometraggi dedicati al mondo dell'infanzia.
Tema dettato, da un lato, da un'emergenza di ordine sociale, e al contempo provvidenziale escamotage per sfuggire alla rigida e meticolosa normativa censoria che, seppure con qualche timida apertura, regolamenta secondo i dettami della morale islamica postrivoluzionaria la produzione cinematografica, è un fatto che i tanti piccoli Mohammed o Ali Reza dei film iraniani trovano qui una loro giustificazione.
Non i bambini di Kiarostami.
Da figurine pallide di una recita obbligata, il regista li ha voluti protagonisti preziosi del suo mondo poetico, ne ha fatto il cuore pulsante dei suoi film e specchio critico della società patriarcale iraniana.
Con un capovolgimento di 360 gradi, agli obiettivi e ai valori educativi dell'Islam, l'eroe-bambino di Kiarostami oppone un percorso iniziatico la cui lezione è, alla fine, che si deve imparare a trasgredire le regole brutali del mondo degli adulti per diventare indipendenti e valorosi. Per autoeducarsi - laddove una società bloccata nei suoi ruoli, gerarchie, precetti non è in grado di farlo - al rispetto di sé e degli altri, alla solidarietà, all'amicizia, agli affetti (Khaneh-ye doost kojast?); e pretendere anche (Mosafer) il diritto ai sogni, alle passioni, alla fantasia, oltreché a buoni maestri e a bravi genitori o (Mashgh-e shab).
Un paese il cui scacco educativo è talmente profondo da rendersi sordo e inaccessibile, universo separato da quello dei suoi figli che solo ne conoscono sanzioni e castighi, ha molto da imparare; ad esso, con diretta semplicità, il cinema di Kiarostami si rivolge. Ha accesso, come per magia, al mondo dei bambini e si fa ambasciatore del loro dolore.
(E forse un giorno tra i volti di Ghassem e di Amhad vedremo sbucare anche quello di una piccola Atefeh).
dal catalogo di Riminicinema 1993