di Edgar Reitz
Raccontare delle storie ha molto a che vedere con il ricordo di esperienze personali. Se alla memoria si aggiunge la capacità di ordinare e elaborare immagini e gli episodi non dimenticati, nascono i racconti, in una libera affabulazione che, nella sostanza, rispetta la verità originaria.
Noi tedeschi abbiamo dei problemi con le nostre "storie". L'ostacolo vero è la nostra "Storia". Il 1945, "anno zero" della Germania, ha cancellato molto, ha creato una voragine nella capacità di ricordo della gente. Un intero popolo come afferma Mitscherlich - "e diventato incapace di essere in lutto", il che significa "incapace di raccontare". Si è determinato un vero e proprio blocco mentale, a causa degli avvenimenti "storici". A quaranta e più anni dalla guerra siamo ancora tormentati dal giudizio morale, temiamo che persino i ricordi più secondari e personali della gente possano ricollegarsi con il passato nazista o con la collaborazione in massa con il Terzo Reich. Uno shock culturale ha fatto s" che, da noi, esistano scarsissime storie letterarie e cinematografiche, che rispecchiano la vita dal 1945 in poi. Molte storie quotidiane degne di essere raccontate giacciono sotto il peso del nostro terribile "grande passato": un incredibile ammasso di vicende individuali che costituiscono il nostro "piccolo passato".
In contrapposizione con lo shock tedesco della memoria, noi presentiamo al pubblico una grande storia familiare paesana. Più tipici di qualunque attuale produzione industriale e di ogni progetto imprenditoriale sono, in Germania, alcune personalissime espressioni di vita regionale e il nostro rapporto con esse. Pubblico e Privato sono separati, da noi, in modo più marcato che altrove. Nelle attività e nella vita privata, escluse dalla sfera dell'opinione pubblica, siamo dei "peccatori" più di altri popoli. Le follie talvolta si riversano nel momento pubblico, ad esempio nella guerra. Sotto il Terzo Reich, invece, le follie si riscontravano soltanto nell'ambito delle famiglie, nelle birrerie, nei villaggi o nelle stranezze dei singoli. Considerati più da vicino, siamo un popolo di persone per lo meno strane e bizzarre. Solo in questo senso il nostro è il "popolo dei poeti e dei pensatori". Non siamo mai stati tali ufficialmente e pubblicamente. I geni, tra gli stravaganti tedeschi, dovevano sempre sentirsi, ufficialmente, "persone non gradite". Per tale motivo si sono sempre nascosti nei risvolti della nostra società. Ciò può sembrare eccessivo, ma è vero, tra la gente che vive nelle migliaia di villaggi e di cittadine. Questa gente, si sente viva anche negli angoli più oscuri del paese, può avere una smisurata e sfrenata fantasia ed essere disinibita nell'allegria e nei rapporti privati. Questo, nell'immagine pubblica di noi tedeschi, non è stato mai rappresentato.
E' in un folle, piccolo giardino umano chiamato villaggio che nasce il nostro film. La vita, qui, è lontana e al di fuori della sfera pubblica e noi questa vita la descriviamo come "prodotto tedesco" tout court. Evitiamo di farci sorprendere dallo sguardo pubblico, ufficiale e pronto a giudicare. Scopriamo di essere "politici" che non si nutrono di ambizioni; scopriamo grandi speranze e un senso d'umanità che ci appare infinitamente importante, poiché sta scomparendo un po' dappertutto.
In questa giungla tedesca, mentre narriamo di gente che cerca di orientarsi finiamo anche noi per perderci; ci sforziamo di orientarci mediante il cinema, producendo immagini che esistono una sola volta e anche le immagini ci portano fuori strada. Se nuovamente cerchiamo di orientarci, quelle immagini sono come cancellate e da capo ne cerchiamo delle altre, mai girate sinora.
All'inizio ci aveva spaventato l'idea di dover vivere due anni in un villaggio con una troupe di venti persone. Poi ci siamo abituati e abbiamo compreso che il lavoro è sottoposto, come ogni cosa, al ritmo delle stagioni. Quando l'inverno comincia, ci rallegriamo all'idea della prossima primavera...
di Edgar Reitz
Quando alla fine degli anni settanta, cominciai a girare Heimat, mi trovai a dover affrontare una decisione molto importante: i personaggi che vivevano nella cittadina del film, Schabbach, erano tormentati dalla voglia di andare via, ed alcuni di essi se ne erano andati per non far più ritorno per una vita intera. Nella veste di narratore dovevo decidere se accompagnare quelli che se ne andavano, o rimanere nella cittadina e seguire la storia di quelli che restavano. Scelsi la seconda versione, e così si creò l'immagine di una comunità cittadina, di un vincolo familiare, di un mondo che funziona solamente nell'infanzia. Heimat, la terra delle origini, è sempre qualcosa che si è perduto, una nostalgia, un desiderio che non si realizza mai. Si resta delusi, se si prova a tornarvici. Negli anni della produzione di Heimat ho pensato spesso all'altra versione: una narrazione che accompagnasse quelli che se ne andavano lungo il suo cammino al di fuori della cittadina, del paesaggio, della famiglia, del mondo dell'infanzia. Molti di noi hanno vissuto un'esperienza simile, ed essa ci ha influenzati non meno della stessa Heimat, della terra dalla quale proveniamo. Ho impiegato sette anni di lavoro per poter finalmente presentare questo secondo film: Die Zweite Heimat, La seconda patria. Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci, e che chiamiamo seconda patria. Il lavoro, le amicizie, e la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria d'elezione. Essa si fonda su una nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria.
Come protagonista ho scelto Hermann, il ragazzo che se ne va da Schabbach, dopo che la sua famiglia gli ha distrutto il primo amore. Come era stato annunciato in Heimat, Hermann va a vivere in una grande città per studiare musica. Insieme a lui percorriamo il decennio che impiega per diventare adulto: gli anni sessanta. Insieme a lui incontriamo gli altri personaggi, che vorrebbero realizzare i loro sogni nella città, giovani musicisti, cineasti, attori, letterati, insomma, i giovani artisti sui quali da sempre Monaco ha esercitato la sua attrazione. In passato questa comunità veniva definita bohème.
Mentre Heimat descriveva l'infanzia, la cittadina, la famiglia, Die Zweite Heimat parla del passaggio all'età adulta, della vita nella grande città, dell'amicizia e dell'amore. L'amore è uno dei temi principali, perché i giovani artisti lo coltivano, ne sono innamorati e gli dedicano le loro opere: canzoni, poesie, quadri o film.
Il nostro teatro è Monaco. E' la città nella quale io vivo e lavoro fin dagli anni cinquanta. In un certo senso, però, Monaco è nel nostro film una città sognata, la cui immagine scaturisce più dai sentimenti e dai desideri dei nostri personaggi che non dalla realtà storica. Schabbach era una cittadina inventata. Un narratore non può inventare una grande città senza escludere del tutto la storia dalla realtà. Le grandi città sono realtà talmente complesse e fuori della portata dello sguardo dei singoli, che mi è parso legittimo trattare una città reale come avevo trattato Schabbach: ho collocato persone inventate in tempi reali ed eventi inventati in luoghi reali. Ma in fondo, è possibile dare l'immagine di Monaco che non sia solo finzione?
Come già in Heimat, anche in Die Zweite Heimat abbiamo mischiato la classica tecnica in bianco e nero con la moderna tecnica a colori. A titolo di orientamento, diciamo che dopo l'arrivo di Hermann a Monaco il mondo si divide in storie diurne e notturne. Ciò che si svolge dopo il tramonto del sole, lo abbiamo girato a colori. A questa norma abbiamo contravvenuto solo raramente.
Die Zweite Heimat dura quasi 26 ore. Si farebbe in tempo a leggere un grande romanzo o a fare un breve viaggio. Il film non appartiene propriamente al genere del lungometraggio. Sebbene si avvalga di attori e descriva persone, il suo scopo non è quello di svolgere una trama con un finale drammaturgico preciso. Col sottotitolo - Cronaca di una gioventù - intendiamo indicare una particolare forma narrativa che si atteggia come la vita stessa: il futuro è sempre incerto, e la tensione scaturisce dal problema della morte. Anche nella vita le cose si verificano sempre in un modo diverso da come le si aspetta, e non crediate di sapere quanto siano lunghe 26 ore!
Vogliamo condurre il nostro pubblico attraverso le vite dei nostri personaggi. Se si osservano le biografie, si riconosce in ogni caso la legge di estensione che è propria di ogni processo di crescita. L'esperienza dell'orizzonte che si allarga sempre di più è particolarmente affascinante durante l'infanzia. Anche i personaggi di Die Zweite Heimat, però, sono colmi del bisogno di crescere. Nella mia veste di narratore ho cercato di tener conto di questa legge. Mi ha molto sorpreso dover constatare che 26 ore di film quasi non bastano per esprimere tutto ciò.
da "Edgar Reitz", Dino Audino Editore