Il Decalogo

Se "Breve film sull'uccidere" e "Breve film sull'amore" hanno fatto scoppiare il "caso Kieslowski" in Occidente e disorientato i suoi spettatori in Polonia, il Decalogo intero rivela un Kieslowski più che mai sfuggente a qualsiasi classificazione riduttiva, da sempre solitario e indipendente.

In una delle sue più recenti interviste, alla domanda se con il Decalogo abbia voluto allontanarsi dal realismo che ha sempre caratterizzato la sua opera, Kieslowski ribadisce che "anche se realistici, i film del Decalogo non saranno privi di elementi metafisici" i quali, del resto, "sono sempre esistiti nei miei film, anche se venivano raramente compresi. Forse sbagliavo in qualche cosa - continua -, se i miei film venivano presi alla lettera, come se si muovessero sempre con i piedi per terra.

Intessuti intorno all'inspiegabile nesso tra il caso e la necessità, la coincidenza e il destino, i suoi ultimi film sembrano toccare il punto d'incontro tra l'agnostico e il religioso, in un equilibrio difficilissimo eppure raggiunto. La sua ricerca inquieta non approda all'enunciazione di "verità", le storie stesse dei suoi film sembrano raccontate al "condizionale", concludendosi con un punto interrogativo, un dilemma sospeso. Il dramma morale non trova soluzioni, se non quelle che noi spettatori gli vogliamo attribuire; ogni film è uno struggente dialogo "senza fine" con lo spettatore, o anche un gioco, di cui sono dichiarate onestamente le regole. Il lucido pessimismo di Kieslowski non è infatti mai autocompiacimento, scaturisce anzi da uno sguardo sul mondo estremamente acuto e ironico, anzitutto nei confronti di se stesso e del proprio lavoro di cineasta. Non è un caso che egli sia l'autore di Amator (Il cineamatore), il film sulle grandezze e i limiti del mezzo cinematografico più estraneo alla mitologia e al narcisismo propri di tutti i film suI cinema. Se è vero che Kieslowski ha ribadito più volte, nel corso della sua carriera di documentarista, che "la realtà è più interessante della mia immaginazione", e di volersi limitare a "registrare" il mondo, già in Amator la piccola cinepresa russa da 5 zloty sembra "conoscere la metafisica".

Critico e distaccato, freddo e impietoso nella sua analisi dell'uomo e della società, Kieslowski è stato scambiato ingiustamente per un cinico per la durezza e la riservatezza con cui difende il proprio universo di valori. Determinato come pochi altri a svelare i meccanismi del potere ovunque essi si nascondano, dall'anonimo guardiano notturno che ha "quel poco potere che basta" a una commissione di base del partito al direttore di una grande impresa industriale, è stato a lungo considerato un autore di "film politici". Ma, ancora una volta, l'incerto ma chiaro punto di equilibrio del suo cinema è collocato là dove sfera intima e sfera sociale si connettono o si scontrano in disarmonie laceranti, in sofferenze irrimediabili. Quello che forse è il suo miglior critico, Tadeusz Sobolewski, ha potuto scrivere, fin dal l980, che " Kieslowski potrebbe essere il regista di un film sulle deviazioni del potere ambientato esclusivamente entro le pareti domestiche".

Colpito spesso dalla censura, Kieslowski tuttavia non ha mai smesso di lavorare intensamente, con grande energia. Ha seguito tutte le svolte della storia polacca recente, e di questa storia drammatica ha fornito premonizioni, radiografie e vivisezioni di implacabile lucidità, dai documentari a Personel (Il personale) e Spoköi (La tranquillità), da Przypade (Il caso) e Bez konca (Senza fine) a Krötki film o zabijaniu. Deludendo, con i suoi ultimi film, chi lo voleva sempre e comunque "schierato", ha ricercato con ostinazione la propria indipendenza, ha rifiutato senza illusioni il manicheismo rituale dell"'arte impegnata polacca".

Con il Decalogo va oltre, allontanandosi apparentemente dalla politica e dai problemi del suo paese ("quel conglomerato politico-sociale-morale polacco è di una noia insostenibile ), nel tentativo di portare la macchina da presa altrove e instaurare un nuovo rapporto con il pubblico, polacco e internazionale. Ma proprio per questo la Polonia ne risulta finalmente tanto più tangibile e vera (il Decalogo ne mostra aspetti diversi, contraddittori), liberata dai riti della liturgia nazionale. Lo sguardo di Kieslowski da sempre conferisce un peso di realtà perfino aspro e sconcertante alle sue elaborazioni concettuali, alle sue riflessioni politico-filosofiche; ma ora c'è una nuova comprensione per i personaggi che lo spinge sempre più vicino all'interiorità, a un'intimità più avvolgente.

Nei documentari come nei film di finzione Kieslowski mostra il gusto di costruzioni puramente intellettuali, che si rivelano come tali nel loro artificio; e nello stesso tempo il tocco del documentarista, "l'occhio alla gente e alla vita". Documentario e finzione, idea e concreto si incontrano in un altro equilibrio instabile, sorprendente. Basti pensare al suo film più estremo, Krötki film o zabijaniu, sospeso tra i due precipizi del naturalismo più brutale e della retorica del film a tesi, e invece sempre miracolosamente scavato nell'ontologia stessa del cinema.

Piazzando la macchina da presa altrove, Kieslowski ha forse cambiato punto di vista ma non il modo di guardare. Nella sua ricerca sofferta e ironica, inquieta e dubbiosa, delle ragioni profonde e delle "cause prime" dei nostri destini, resta fedele all'incerta chiarezza.

Malgorzata Furdal

Roberto Turigliatto