CABIRIA
diecimila lire per due ore di musica
di Lorenzo De Nicola
È ormai universalmente riconosciuto il valore di Cabiria per la storia del
cinema.
Quella che è stata l'opera più grandiosa sfornata dall'Itala Film vanta una
serie d'innovazioni che investono l'oggetto filmico nella sua totalità. La
visione storica del III secolo a.C. si può considerare un vero e proprio
azzardo produttivo che sondò ed espanse i limiti dei meccanismi di
un'espressione artistica tutta da scoprire, di quel fitto, misterioso e
complesso sistema d'ingranaggi ancora in fase di rodaggio.
Quando nel 1912 Giovanni Pastrone (Asti 13 settembre 1882 - Torino 26 giugno
1959), il demiurgo di questa composizione visiva, decise d'intraprendere il
lungo cammino della messa in scena de La vittima eterna, aveva alle spalle ormai
più di cinque anni d'esperienza nel settore; ma ciò che lo contraddistingueva
dai suoi colleghi e che, senza dubbio, ne motivò il successo, era il controllo
pressoché totale della "macchina cinema". Entrato alla Carlo Rossi e
C. come contabile tra il 1906 e il 1907, gli bastò poco più di un anno per
mettere in discussione la gestione del proprietario e rilevare l'impresa,
insieme a Carlo Sciamengo, per trasformarla in una delle più solide case di
produzioni italiane. Il suo segreto era, come abbiamo già detto, l'eclettismo
direttivo, dovuto a quella pignoleria al limite del maniacale che lo costringeva
a seguire la realizzazione delle sue pellicole dal preventivo fino al montaggio.
Pertanto, quando nella primavera del 1912 diede il via al "progetto
Cabiria", non v'è dubbio che nella sua mente tutto fosse già delineato,
pronto per essere messo in scena, calcolato nei minimi particolari, dal budget
necessario per la realizzazione del colossal al battage pubblicitario, affinché
la sua opera si trasformasse in un vero e proprio evento dalla risonanza
internazionale. In questa "visione" d'insieme Pastrone non tralasciò
nessun dettaglio, osò dove altri mai avevano osato. La scelta coraggiosa, per
un ambizioso uomo di trentatré anni, di affidare interamente la paternità
dell'opera a D'Annunzio è il manifesto fin troppo esplicito di un
atteggiamento, di una lungimiranza, di una sfida industriale volta a trasformare
quell'esperimento fotografico, ancora visto con occhi diffidenti da parte di
critici e intellettuali, in qualcosa d'altro di più elevato: per dirla con
poche parole, in arte.
E per questo non bastavano il nome tanto famoso quanto ingombrante del poeta di
Pescara - che già dal 1909 in qualche occasione aveva prestato al cinema i suoi
versi - o i numeri di una pellicola che difficilmente poteva trovare eguali. La
confezione sarebbe stata vincente solo con la comprensione dell'elemento
musicale, di una composizione che accompagnasse lo spettatore in
quell'avvincente viaggio nel mondo punico-romano dalla durata approssimativa di
quasi tre ore.
Così, quando nel giugno del 1913 il regista contattò per la prima volta
D'Annunzio con lo scopo di offrirgli "un progetto di buon profitto e di
MINIMO disturbo", prontamente si fece consigliare un compositore in grado
di scrivere la partitura per la sua Cabiria. Lo scrittore propose il nome di
Ildebrando Pizzetti, un abile musicista col quale stava collaborando alla
realizzazione di altre opere. Pastrone accettò di buon grado, inconsapevole
delle conseguenze disastrose dell'imbarcarsi sulla "nave" del poeta.
Infatti il pragmatismo del torinese non tardò a scontrarsi con l'atteggiamento
lassista e approssimativo dei due artisti. Se da una parte D'Annunzio fu il
motivo d'innumerevoli ritardi e svariati grattacapi, proprio per un malcelato e
spocchioso scetticismo nei confronti dell'opera del piemontese, dall'altra il
Pizzetti non fu da meno. Il 25 luglio del 1913 il musicista s'incontra con
Pastrone col quale pattuisce una retribuzione pari a 10.000 lire, somma che di
certo si vede impossibilitato a rifiutare. Ma poi se ne pente, come leggiamo in
una lettera inviata al pescarese:
"Chiesi 10.000 lire di compenso, con la vaga speranza di un rifiuto (poi mi
sono accorto che considerata la mole di lavoro - 2 ore di musica - 10.000 lire
non sono molte). Invece l'Ing. Pastrone accettò. Ed io non seppi cosa altro
dire e io mi lasciai trascinare a firmare il contratto. E ora, anzi da ieri,
sono in uno stato d'animo tristissimo. (…) Non so dirLe ciò che io sento
dentro di me: soltanto posso dirLe che rinunzierò a scrivere la partitura: E
rinunzierò dunque anche alle 10.000, con quanto rincrescimento lascio a Lei
immaginare: non per me, ma per i miei figli, i quali non sanno ora, ma sapranno
un giorno, che la sorte non volle concedermi di non essere un povero
diavolo."
Da queste poche parole s'intuisce la tempra del Pizzetti. Questi, abbagliato
dall'ingente quantità di denaro (si può intuire anche dal numero delle volte
che tale cifra compare in poche righe), accetta il lavoro e, dopo poco, ha dei
ripensamenti e decide di abbandonare l'impresa comunicandolo via telegramma
dodici giorni più tardi. La scelta del musicista è abbastanza comprensibile:
in quegli anni il cinema e gli addetti ai lavori erano guardati ancora con
grande sospetto e teme d'infangare il proprio nome accomunandolo all'opera di un
cinematografaro. Inoltre non è da escludere una seconda e più ponderata
valutazione dell'estensione della partitura (circa 600 pagine), che non era
delle più comuni.
Ad ogni modo Pastrone risponde in maniera pacata al suo rifiuto, accettandolo
sommessamente e facendo svanire pertanto le preoccupazioni del Pizzetti, il
quale temeva querele o ritorsioni legali. Ma la storia non si conclude qui.
Quattro mesi più tardi, grazie all'influenza di D'Annunzio, il compositore si
convince (o forse sarebbe meglio dire che viene convinto!) a riprendere in mano
il progetto, imponendo la condizione che la sua musica "venga sempre
eseguita, in ogni caso e dovunque, così come io l'avrò scritta, con
l'orchestra completa" (condizione questa che, neanche a dirlo, venne
disattesa). Un vero e proprio travaglio pertanto per quell'elemento che avrebbe
dovuto suggellare la perfezione del "romanzo cinematografico". Un
lavoro ambiguo, una colonna sonora la cui paternità finale si deve, in
conclusione, ad un collaboratore del musicista originario di Parma, il maestro
Manlio Mazza, che lo aiutò nell'impresa . Questi, stando ai documenti
conservati presso l'archivio cartaceo del Museo Del Cinema di Torino, stese una
parte più che consistente della partitura; per dirla con i numeri, alle
sessantacinque pagine della Sinfonia del fuoco di Pizzetti, il suo allievo
risponde con la bellezza di seicentoventiquattro pagine della sua "musica
adattata". Il rapporto è di uno a dieci! Ciò spiegherebbe anche la
rapidità di composizione dell'amico di D'Annunzio che, compiendo un confronto
incrociato del sofferto carteggio tra i tre artisti (D'Annunzio-Pizzetti-Pastrone),
coprì una durata di poco superiore ai quaranta giorni. Ildebrando Pizzetti
consegnò la Sinfonia nel febbraio del 1914, a soli due mesi dalla prima
rappresentazione ufficiale del film (18 aprile 1914) esprimendo il seguente
giudizio:
"Otto giorni or sono terminai di scrivere la Sinfonia del fuoco, e
domani avrò dal copista l'esemplare che manderò a Torino. La composizione è
riuscita bene, piena di… fuoco e di energia. Ma darà del filo da torcere a
chi dovrà dirigerla e anche agli esecutori. Ci vorrà un'orchestra di
prim'ordine e un coro non meno buono. Il coro vi è trattato senza… riguardi,
a quattro, cinque e anche più parti."
Con un poco d'orgoglio e un pizzico di brama di vendetta (evidente nella sua
constatazione d'aver concepito un'opera dalla difficile realizzazione), Pizzetti
dichiara chiusa una questione spinosa che mai gli fu gradita e mai, malgrado lo
strepitoso successo che le sorti della schiava bionda ottenne negli anni a
venire, lo sarà. Il suo distacco da quella che lui riteneva una banale
operazione commerciale rimase costante negli anni, e quando nel 1931 si ritrovò
nuovamente faccia a faccia con il regista piemontese per la nuova sonorizzazione
di Cabiria, gli negò - questa volta senza ripensamenti - i suoi servigi. La
versione del film, prodotta dalla LUX Film (di cui Mario Gromo racconta un
divertente aneddoto), costituisce un nuovo capitolo di quest'opera immortale e
una vera e propria breccia nell'universo pastroniano. Sono passati ormai quasi
dieci anni dall'amaro ritiro del fondatore dell'Itala Film dai set
cinematografici. Il suo scontro generazionale con la nuova mentalità dell'UCI
fu uno scoglio troppo grande che Pastrone non ebbe voglia di abbattere, ma
preferì accantonare per farlo divenire uno dei tanti ricordi del passato. Il
riavvicinamento alla sua creatura costituì sicuramente un momento importante
per lui e anzi, fu una prova fondamentale di quella genialità che pochi anni
prima gli aveva permesso di conquistare gli schermi di tutto il mondo. Ma
andiamo con ordine.
In seguito al rifiuto di Pizzetti per la riedizione sonora di Cabiria, l'astigiano
è costretto a ripiegare su un nuovo spartito, commissionato ai musicisti
Avitabile e Ribas. Una volta rimediato questo problema, deve far fronte ad un
altro di carattere squisitamente tecnico:
"Cabiria fu girata a 16 fotogrammi al secondo, mentre il film sonoro ne
richiede 24; la sincronizzazione consueta avrebbe costretto il film di Pastrone
ad essere proiettato ad una velocità superiore del 50% a quella per cui era
stato realizzato. Poiché in questi anni la velocità minima possibile era
ritenuta quella di 33 e 1/3 ancora troppo alta per Cabiria - Pastrone riuscì ad
abbassare tale limite sino a 27 e ½ giri al minuto, ottenendo così una
soddisfacente sincronizzazione tra immagine e sonoro."
In qualche maniera (sicuramente non fu troppo difficile per un inventore
abituato a brevettare congegni di qualsiasi sorta) riesce a porre rimedio ad un
problema che poteva sembrare insormontabile; ma non si ritiene soddisfatto.
Malgrado ormai il suo distacco dalla settima arte sia pressoché totale, durante
il rimaneggiamento del film non resiste alla tentazione di compiere qualche
piccola correzione: oltre a ridurre la lunghezza del film, accorciando circa il
quindici per cento delle inquadrature, si permette di aggiungere una variante
che diventerà fondamentale.
Così, nella scena del rito nel tempio di Moloch, fa apparire come per magia il
particolare di una mano che si apre. Un dettaglio incisivo che aumenta la
suggestione di una sequenza a pieno titolo entrata nella storia del cinema. Con
la versione del 1931 si conclude - se si escludono la causa civile per i diritti
del film, scoppiata nel 1953 tra la Lux Film e la Renato Seccia - Pictures
Corporations (che si protrarrà addirittura per undici anni) e il restauro
subito nel 1995 - l'intricata vicenda di Cabiria e della Sinfonia del fuoco, e
si può finalmente porre la parola fine a quell'esperienza audio-visiva senza
precedenti, che ancora oggi non smette di stupire e far discutere.